Opere dell’Uomo, con la O e la U maiuscole

Opere dell’Uomo, con la O e la U maiuscole

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Opere dell’Uomo, con la O e la U maiuscole
Focus

25 febbraio 2023

Il discorso del Presidente FAI Magnifico tenuto a Viterbo in occasione del XXVII Convegno Nazionale del Delegati e Volontari FAI “Curiamo il paesaggio, coltivandolo”.

Tutta la vita ho dedicato, con gioia e soddisfazione, all’ammirazione, talvolta alla beata contemplazione, spesso – troppo poco! – allo studio delle Opere dell’Uomo (O e U maiuscole); la loro sorprendente varietà, le formidabili sorprese che generano, le porte che aprono verso nuovi universi di conoscenza – quasi sempre con ciò spalancando abissi di ignoranza e frustranti certezze sulla pochezza del proprio sapere –, il desiderio, ogni tanto quasi erotico, di indagarne i segreti per cercare di arrivare a possederne l’anima e poi, ancora, la vitalità che generano quando si è posseduti da quella curiosità frenetica di vedere, toccare, esplorare, capire… mettendoci dentro occhi, orecchie, mani (come è importante talvolta il tatto per meglio conoscere!), tutto questo ha fatto sì che il desiderio della conoscenza delle Opere dell’Uomo sia stato uno dei più determinanti propellenti della mia esistenza; quel «godimento per l’ambiente, il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», che è il secondo punto della Missione del FAI!

L’ultima iniezione – una vera e propria “pera” di energia – me l’ha iniettata la scorsa estate un lungo viaggio tra Iran del nord, Armenia, Georgia e Turchia armena per conoscere la storia, l’architettura e l’arte di uno dei primi popoli cristiani della storia poi massacrato da un genocidio orrendo come l’Olocausto; un viaggio per conoscere le opere stupefacenti degli uomini armeni che nelle loro chiese e nei loro monasteri disseminati attorno al monte Ararat hanno scritto e scolpito una vera e propria enciclopedia di influssi, riferimenti, richiami delle più varie culture che tra oriente e occidente e dal V-VI secolo in poi sono confluite in quella armena; stilemi e dettagli di cultura araba, islamica, mongola, sassanide che si intersecano e sovrappongono a stilemi e dettagli greci e romani, carolingi e romanici in una spiazzante complessità di intrecci seppur sempre in un contesto architettonico omogeneo e solo apparentemente ripetitivo.

Nelle penombre di quelle chiese solitarie e piene di spiritualità ho passato ore e giorni indimenticabili in un frenetico desiderio di capire, coniugare, annodare, spiegarmi, assimilare, deglutire ciò che vedevo estraendo dalla povera cassetta del mio sapere tutti quegli attrezzi utili a decifrare quell’arte apparentemente sorella della nostra perché originata dalla medesima fede ma cosi straordinariamente ricca di parole, accenti e riferimenti sconosciuti. Nella mia cassetta un po’ di attrezzi c’erano e dunque il pellegrinaggio tra quelle testimonianze ne ha gioiosamente accresciuto un po’ il numero che, naturalmente, continua a rimanere inadeguato per soddisfare le mie crescenti ambizioni di conoscenza.

Bene! Ma tutto ciò che diavolo c’entra col ruolo dell’agricoltura nel paesaggio?

C’entra perché anche oggi parliamo di Opere dell’Uomo che per essere conosciute, apprezzate e quindi tutelate hanno bisogno di una cassetta degli attrezzi che il FAI ancora non ha.

Confesso che fino a un certo punto della mia vita e dunque della mia formazione ho colpevolmente annoverato tra le Opere dell’Uomo (sempre quelle con la O e la U maiuscole) solo alcune di esse; essendomi in gioventù dedicato allo studio della storia dell’arte entravano per me in questa categoria le tavole e le tele dipinte, le pietre e i legni scolpiti, le cattedrali e i palazzi, le miniature e gli spartiti da Bach a Wagner… ma i campi coltivati, gli oliveti ben potati, i pascoli brucati da mandrie di vacche ben scelte, le vigne geometriche del centro Italia o quelle eroiche della Valtellina, i boschi regolarmente tagliati, i campi di grano del Tavoliere, gli agrumeti della Conca d’Oro (quelli che la mafia ha risparmiato) e il miracolo dei giardini panteschi, i castagneti dell’avellinese o della val Bregaglia, i pistacchieti di Bronte, le risaie vercellesi e i campi di lenticchie del Castelluccio di Norcia… ecco io tutto questo, fino a un certo punto della mia vita, non l’ho calcolata un’Opera dell’Uomo, nel senso di quelle opere dell’ingegno umano che, frutto di studio, esperienze, esperimenti, intuizioni, scambi culturali, hanno modificato, adattato, creato il paesaggio italiano elevandolo, nei suoi brani più riusciti, quasi a opera d’arte. Se a taluni sembrasse buttata là e, come dire, forzata per l’occasione la definizione, lo ammetto un po’ provocatoria, di paesaggio come opera d’arte mi viene in soccorso, come al solito, lo Zingarelli le cui definizioni aiutano sempre a chiarire i confini di un concetto:

«Arte: attività umana regolata da accorgimenti tecnici e fondata sullo studio e sull’esperienza».

Stando a questa definizione sembra quasi più artista un contadino di un pittore!...; così non è evidentemente, ma se a San Gimignano mi affaccio dal balcone della nostra Casa Campatelli e ammiro quel paesaggio meraviglioso frutto di una composizione spontanea ma così equilibrata di coltivi, oliveti, vigne e boschi tra loro congiunti da sentieri e piccole strade puntellate da case coloniche e cipressi, e poi vado in S. Agostino ad ammirare l’Incoronazione della Vergine del Pollaiolo, capolavoro sublime e impressionante… beh confesso che il sollievo spirituale che entrambi – toccando corde ben diverse – mi generano, è paragonabile. Davanti a entrambi sono in estasi…

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Ma veniamo, appunto, al contadino: il protagonista di questa mia introduzione ai lavori di oggi.

Il contadino è l’abitante del contado cioè del territorio circostante una città; il contadino (cito un altro dizionario, quello etimologico Cortellazzo-Zolli) è colui che «vive in campagna e che lavora la terra».

Il contadino – sono un po’ spannometrico, perdonatemi – iniziò il suo ruolo produttivo, economico e sociale (o come ogni tanto mi diverte dire… il suo alto compito di continuatore della creazione di Dio) nel neolitico; diciamo che il contadino, ove prima ove dopo, lavora la terra, la modella, la studia, la nutre, la protegge e la difende da circa 12 mila anni; se è vero che in cento anni si susseguono 4 generazioni, oltre 480 generazioni di uomini hanno riempito il mondo di capolavori; dalla Cina alle oasi africane, dalla mezzaluna fertile mesopotamica (dove forse tutto iniziò) alla nostra adorata penisola.

Accumulando, di generazione in generazione, una quantità prodigiosa di esperienze e di saperi questa moltitudine di uomini con le loro famiglie ha abitato e coltivato le campagne del mondo a costo di sacrifici titanici, pagando per secoli (e in molte parti del mondo tutt’ora pagando) lo scotto di ingiustizie sociali obbrobriose, imparando a combattere nemici quasi invincibili come il gelo e la siccità, i grandi predatori o batteri invisibili come la Xylella, lavorando molto spesso in condizioni di semi-povertà ed espressamente lasciata nell’analfabetismo (Manzoni ebbe a criticare i corsi serali di grammatica che Cristina Belgiojoso organizzò per i suoi contadini di Locate: «Quando sapranno leggere chi coltiverà le nostre terre?» si domandò, senza vergognarsene, lo scrittore) ma quantunque assicurando all’umanità il suo cibo quotidiano. Ma non solo! Per secoli i contadini hanno anche modellato la terra costruendo ardite terrazze come nelle Cinque Terre o in Cina nello Guangxi o, per stare dalle mie parti, correggendo leggermente l’inclinazione dei campi per consentire alle tiepide acque del sottosuolo quel percolamento che, nelle marcite della pianura padana, consentiva la crescita del foraggio anche col gelo. Gli esempi sono infiniti; una quantità di lavoro impressionante che per secoli ha anche garantito quella cura e quella manutenzione del territorio di cui tutti – anche chi contadino non era o non è – hanno beneficiato; pulizia delle sorgenti, dei torrenti, dei boschi, costruzione e manutenzione dei muretti a secco, delle siepi così importanti per la biodiversità, cura dei fossi per lo scolo delle acque piovane… tutti lavori di cui la società è sempre stata debitrice a questa infinita, umile e infaticabile moltitudine silenziosa al cui lavoro secolare dobbiamo la meraviglia, la varietà e la antica ricchezza del paesaggio italiano.

Un’Opera dell’Uomo – è questo il bello! – in continuo divenire a seconda delle esigenze della popolazione che ci vive, del clima, del variare delle tecniche colturali; un’opera che muta e che non è mai uguale a se stessa, ma fragile e delicata come le altre e, ahimè, ancor più delle altre esposta ai pericoli dell’abbandono e del saccheggio.

E veniamo all’oggi e nostro ruolo come FAI.

L’oggi ci appare gramo; molto gramo! Senza star qui ora a far la storia della evoluzione dell’agricoltura italiana dal latifondo alla riforma agraria del 1950, l’agricoltura delle piccole-medie proprietà – quelle che soprattutto nei territori collinari e di montagna compongono la incredibile varietà dei nostri paesaggi regionali – è sempre più in ginocchio se non in coma. La concorrenza delle grandi aziende agricole della pianura spesso intensive e più ricche di mezzi e di capitali, i prezzi di mercato di molti prodotti che – dal latte all’olio d’oliva – non consentono ormai al piccolo produttore margini di profittabilità sufficienti a una vita dignitosa, il cambiamento climatico con le sue catastrofiche conseguenze, solo per citar quello che tutti sappiamo, stanno condannando le piccole aziende agricole ad arrendersi. I numeri fanno paura. Le mie sorelle ed io possediamo in toscana circa 700 olivi; non solo produrre il nostro olio è un vero lusso che siamo felici di permetterci finché possiamo, ma le difficoltà per trovare una mano d’opera capace di garantirci la coltivazione dei nostri ulivi sono sempre crescenti; non solo è difficile trovare chi ancora padroneggi l’arte della potatura ma addirittura è sempre più difficile trovare chi raccoglie; si trovano mani sempre meno competenti, il più delle volte provenienti da altre culture che per fare più in fretta percuotono le piante con bastoni elettrici che feriscono i rami favorendo la nascita di preoccupanti protuberanze; un problema dopo l’altro; un continuo sommarsi di problemi che obbliga ad alzare bandiera bianca chi ha poderi piccoli o medio piccoli; e non solo gli olivi o le viti o i campi deperiscono, ma crollano i muretti a secco, gli alvei non puliti dei torrenti favoriscono le esondazioni, i campi e i boschi non tagliati sono la migliore possibile preda degli incendi estivi e via discorrendo; quel territorio un tempo curato come un giardino soccombe, sparisce nei ricordi dei bei tempi che furono; è un territorio difficile il nostro della collina e della montagna che si reggeva sulle poche pretese di chi per coltivarlo si alzava alle cinque del mattino e rientrava a sera; un mondo scomparso, una storia da un certo punto di vista anche giustamente finita. Ma ciò vuol dire anche che è finito quel paesaggio? Vuol dire che quel paesaggio può stare in piedi solo se ci si può permettere di coltivarlo perdendoci dei soldi? Quanti? E fino a quando?

Ed eccoci al FAI.

In ormai quasi cinquant’anni abbiamo ridato vita a monasteri abbandonati, ville e grandi giardini prossimi al crollo, castelli senza futuro, palazzi senza più eredi che ci volessero o potessero abitare, biblioteche storiche e archivi, affreschi rimasti nascosti per secoli come a Torba o a Masino; e poi anche carrozze da campagna e di gala, un mulino dei Seicento in val Brembana, sete e broccati intessuti di fili d’argento e i tetti in battuto di lapillo delle case coloniche di Jeranto; ma abbiamo anche riportato alla produzione gli oliveti di Jeranto, quelli di Assisi e quelli di San Fruttuoso; ad Assisi ora anche i boschi e poi quel paradiso della Kolymbethra, un agrumeto così bello da essere chiamato giardino…; abbiamo anche sfidato l’impossibile ridando vita a un podere senza futuro nelle Cinque Terre e poi la vigna e il marascheto racchiusi nel brolo cinquecentesco di Villa dei Vescovi tra i colli Euganei…; abbiamo restaurato edifici, arte e natura e abbiamo imparato a raccontarli a tantissima gente (l’anno scorso 1 milione!) e soprattutto ad assicurare loro una manutenzione a volte molto buona ogni tanto quasi perfetta grazie ai redditi che derivano dai biglietti, dalle iscrizioni, dalle donazioni e via discorrendo…

Ma poi, ed eccoci alla fine per segnare l’inizio di una nuova grandissima sfida, è arrivata una fondazione tedesca, la Fondazione Fritz e Mocca Metzler che donandoci Villa Caviciana, una vera azienda agricola con tanto di cantina e frantoio qui sulle rive del lago di Bolsena, ci ha proposto di diventare agricoltori!

Siamo stati restauratori di paesaggi agricoli ma mai veri agricoltori!

Saper potare gli olivi a Jeranto o ad Assisi, saper mantenere un agrumeto o una vigna non vuol dire gestire un’azienda agricola. Restaurare un paesaggio agricolo e aprirlo al pubblico perché ne goda la meraviglia pagando un biglietto è una cosa; gestire un’azienda agricola perché la terra coltivata dia i suoi ottimi frutti e si sostenga con ciò che produce e non con i biglietti d’ingresso di chi la visita… questo non lo abbiamo proprio mai fatto; siamo stati restauratori; mai contadini!

Villa Caviciana ci apre ora le porte di un mondo che non conosciamo; ci offre la grande opportunità di assicurare al futuro un pezzo di paesaggio agricolo storico ereditando le tradizioni e facendo tesoro dell’esperienza di quelle generazioni di contadini che ci hanno preceduto qui nella Tuscia per imparare anche noi a coltivare l’olivo e la vite, a produrne i frutti e a commercializzarli perché la nostra azienda cammini sulle sue gambe; vogliamo capire come fare a raggiungere un pareggio di bilancio e, perché no, forse anche a guadagnare dalla sola attività agricola, ma sempre e solo nel pieno rispetto dei valori paesaggistici di queste magnifiche colline e nel rispetto delle tecniche agricole tradizionali pur naturalmente senza chiuderci allo studio (anzi!), all’aggiornamento, al futuro; perché il paesaggio agricolo si è sempre evoluto come ogni cosa viva; e poi trattando la terra come un essere vivente, senza avvelenarla ma nutrendola e curandola biologicamente secondo natura. Nella cassetta dei nostri attrezzi, quella di cui parlavo all’inizio, queste capacità oggi non ci sono; ci apprestiamo a fare un lavoro che non sappiamo fare, ma come abbiamo imparato a restaurare e a gestire monumenti d’arte e di natura e cosi come da poco in Valtellina, all’Alpe Pedroria, stiamo imparando a mantenere con le vacche al pascolo un paesaggio montano, vogliamo ora cercare di imparare anche a coltivare e gestire la terra; quella agricola e produttiva; quella che concretamente, tutti i giorni grazie al lavoro dell’uomo che la rispetta, serve per dare un futuro al paesaggio italiano.

Perché è questo il fine ultimo di questa nuova impresa: proteggere, conservare e raccontare un paesaggio agricolo storico attraverso l’esperienza concreta dell’attività agricola; lo scopo non è coltivare per produrre; ma coltivare e produrre per proteggere.

Se ce la faremo – e dobbiamo farcela! – potremo dire, come ci piace dire, «secondo noi si può fare così» perché lo abbiamo sperimentato, perché ci abbiamo messo le mani oltreché la testa; se non riuscissimo saremo più consapevoli di quello che ci vuole per riuscirci… Abbiamo sempre parlato solo per esperienza e non per sentito dire e saremo dunque più credibili quando dovremo azzardare una ricetta per dare un futuro al paesaggio agricolo storico; sbaglieremo e ci correggeremo forti degli insegnamenti di chi sa più di noi per poter capire se davvero oggi, nonostante tutto, nonostante il riscaldamento climatico, nonostante la Xylella e i cinghiali che devastano le culture, non ostante la concorrenza di chi è molto più grande di noi, è possibile essere contadini e vivere facendo vivere un pezzo di meravigliosa campagna italiana. Saremo dalla parte di chi oggi fa fatica; faremo fatica assieme per cercare di farne tutti un po’ meno in futuro; perché se essere piccolo agricoltore tornerà, (oggi non saprei certo dire come) a essere anche economicamente interessante, il paesaggio agricolo storico italiano, soprattutto quello della collina e della montagna, potrà farcela. Sennò no.

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Siamo dunque venuti a Viterbo per imparare da chi parlerà ora dopo di me; vogliamo imparare per farcela, certo! ma poi anche e vorrei dire soprattutto per dare coraggio a chi teme di non farcela più; a chi abbandona la sua terra ai rovi o la vende ai mediatori che girano per la campagne con bisacce piene di dobloni per comperarla e riempirla di specchi solari come se i pannelli – indispensabili, per carità, per vincere la madre di tutte le battaglie, quella contro il riscaldamento climatico – potessero stare laddove cresce il grano; laddove devono continuare a crescere il grano, la vite, l’olivo e tutto ciò che il buon Dio ci diede incaricandoci di tenere bene questo mondo meraviglioso che ci ha affidato.

Siamo tutti entusiasti di questa nuova avventura; personalmente sono infervorato come lo ero in quelle chiese armene; assieme a tutta la squadra – anzi a tutto l’esercito – del FAI sono ansioso di sapere, di capire, di conoscere ciò che non conosco per poter, ancora, dare il nostro contributo a questo Paese meraviglioso nel quale come voi ho avuto la fortuna di nascere. Una nuova grande prova per studiare, conoscere e proteggere le Opere dell’Uomo; quelle con la O e la U maiuscole.

Ho un solo grande rincrescimento: che Giulia Maria e Renato Bazzoni non condividano con noi questa sfida; avere tra i Beni del FAI una vera azienda agricola era sempre stato un loro sogno.

Ora il sogno si avvera; che ci aiutino guidando i nostri passi con la determinazione, la coscienza e l’amore che il paesaggio agricolo italiano si merita.

E ora cominci la lezione!

Marco Magnifico, Presidente FAI

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