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CHIESA E MONASTERO DELLA SS. ANNUNZIATA

CHIESA E MONASTERO DELLA SS. ANNUNZIATA

GENZANO DI LUCANIA, POTENZA

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CHIESA E MONASTERO DELLA SS. ANNUNZIATA
Il monastero di S. Maria Annunziata, uno dei più antichi insediamenti francescani della Basilicata, è stato fondato nel 1321 dalla nobildonna Aquilina di Monteserico all’estremità nord del promontorio su cui sorgeva l’antico borgo fortificato di Genzano, a poca distanza dal tratto lucano dell’Appia antica. Nel 1349 fu fatto demolire per esigenze militari e dopo pochi anni ricostruito da Roberto Sanseverino, genero di Aquilina, per essere assolto dalla scomunica comminatagli da papa Clemente VI. Fu riedificato sulle rovine di quello preesistente con criteri costruttivi e caratteristiche architettoniche conformi a quelli dell’edilizia locale e rifiniture interne sobrie e semplici, in linea con i canoni di povertà e semplicità per l’edilizia religiosa prescritti dai Capitoli Generali francescani. L’impianto distributivo a forma compatta con gli edifici a due piani disposti su tre lati del chiostro a formare con il lato lungo della chiesa il caratteristico quadrilatero con il pozzo al centro e il retrostante giardino dal quale si può osservare il suggestivo paesaggio del sottostante vallone dei Greci, con vista sull’antico fonte di Capo d’Acqua e il monte Vulture sullo sfondo. Le murature esterne a conci irregolari di pietra arenaria a vista, gli orizzontamenti del piano terra voltati a botte o a crociera e gli spioventi di copertura in legno, entrambi presidiati con centine e altre opere provvisionali. Il cenobio è stato ininterrottamente abitato fino al 1905 dalle religiose dell’Ordine di S. Chiara. Successivamente, passato in proprietà del Comune di Genzano di Lucania, è stato adibito a diversi usi civili fino alla metà del secolo scorso, prima di essere abbandonato all’incuria e al degrado. La chiesa fu edificata negli stessi anni come oratorio attiguo al monastero sui ruderi della preesistente chiesa di S. Vitale, di pertinenza della vicina Abbazia di Banzi, della quale nel corso degli ultimi lavori di restauro sono state rinvenute le tracce fondali dell’abside e dei basamenti del doppio ordine di pilastri delle tre navate che la connotavano. Nei secoli successivi è stata radicalmente modificata e trasformata nell’organismo architettonico a navata unica che si vede oggi, con l’aula a forma di ottagono irregolare allungato coperta da una volta a botte lunettata. L’edificio religioso ha la facciata a terminazione rettilinea in pietra arenaria locale a conci irregolari che si apprezza per l’equilibrio compositivo degli elementi che la connotano: le tre aperture del registro superiore inframezzate da due orologi solari riquadrate da fasce di intonaco chiaro; il cornicione di coronamento con le sue romanelle di coppi e laterizi e la sottostante fascia con finitura ad intonaco rustico, un tempo decorata con elementi geometrici monocromatici; il portale cinquecentesco in pietra calcarea incisa e scolpita, inquadrato lateralmente da paraste poggianti su alti piedistalli e capitelli compositi, sui quali poggia la trabeazione. L’apparato decorativo interno che presenta evidenti, ma non sfarzosi, i segni del barocco settecentesco napoletano individuabili nelle linee sobrie delle ampie grate dei cori e delle gelosie trilobate, nella cromia delle cartelle decorative delle porte e dell’altare maggiore e negli altri elementi del repertorio ornamentale e dell’arredo. Fra i quali si annotano le macchine d’altare delle nicchie con le statue di S. Francesco e S. Chiara costituite da complicati fregi di volute con cornici di cherubini; le due cornici in legno dei quadri raffiguranti l’Annunciazione, dell’inizio del XVII sec., e la Sacra Famiglia eseguito nel 1757 dal solimenesco Paolo de Majo e il pulpito ligneo del XVIII secolo. E l’argenteria sacra comprendente diversi elementi di rilievo, tra i quali un ostensorio del 1722 ricco di fregi decorativi e raffinati effetti cromatici e uno sportello di tabernacolo di manifattura napoletana del 1705 in lamina d’argento, incisa, laminata e bulinata, raffigurante la scena dell’Annunciazione.

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Il monastero di S. Maria Annunziata, uno dei più antichi insediamenti francescani della Basilicata, è stato fondato nel 1321 dalla nobildonna Aquilina di Monteserico all’estremità nord del promontorio su cui sorgeva l’antico borgo fortificato di Genzano, a poca distanza dal tratto lucano dell’Appia antica. Nel 1349 fu fatto demolire per esigenze militari e dopo pochi anni ricostruito da Roberto Sanseverino, genero di Aquilina, per essere assolto dalla scomunica comminatagli da papa Clemente VI. Fu riedificato sulle rovine di quello preesistente con criteri costruttivi e caratteristiche architettoniche conformi a quelli dell’edilizia locale e rifiniture interne sobrie e semplici, in linea con i canoni di povertà e semplicità per l’edilizia religiosa prescritti dai Capitoli Generali francescani. L’impianto distributivo a forma compatta con gli edifici a due piani disposti su tre lati del chiostro a formare con il lato lungo della chiesa il caratteristico quadrilatero con il pozzo al centro e il retrostante giardino dal quale si può osservare il suggestivo paesaggio del sottostante vallone dei Greci, con vista sull’antico fonte di Capo d’Acqua e il monte Vulture sullo sfondo. Le murature esterne a conci irregolari di pietra arenaria a vista, gli orizzontamenti del piano terra voltati a botte o a crociera e gli spioventi di copertura in legno, entrambi presidiati con centine e altre opere provvisionali. Il cenobio è stato ininterrottamente abitato fino al 1905 dalle religiose dell’Ordine di S. Chiara. Successivamente, passato in proprietà del Comune di Genzano di Lucania, è stato adibito a diversi usi civili fino alla metà del secolo scorso, prima di essere abbandonato all’incuria e al degrado. La chiesa fu edificata negli stessi anni come oratorio attiguo al monastero sui ruderi della preesistente chiesa di S. Vitale, di pertinenza della vicina Abbazia di Banzi, della quale nel corso degli ultimi lavori di restauro sono state rinvenute le tracce fondali dell’abside e dei basamenti del doppio ordine di pilastri delle tre navate che la connotavano. Nei secoli successivi è stata radicalmente modificata e trasformata nell’organismo architettonico a navata unica che si vede oggi, con l’aula a forma di ottagono irregolare allungato coperta da una volta a botte lunettata. L’edificio religioso ha la facciata a terminazione rettilinea in pietra arenaria locale a conci irregolari che si apprezza per l’equilibrio compositivo degli elementi che la connotano: le tre aperture del registro superiore inframezzate da due orologi solari riquadrate da fasce di intonaco chiaro; il cornicione di coronamento con le sue romanelle di coppi e laterizi e la sottostante fascia con finitura ad intonaco rustico, un tempo decorata con elementi geometrici monocromatici; il portale cinquecentesco in pietra calcarea incisa e scolpita, inquadrato lateralmente da paraste poggianti su alti piedistalli e capitelli compositi, sui quali poggia la trabeazione. L’apparato decorativo interno che presenta evidenti, ma non sfarzosi, i segni del barocco settecentesco napoletano individuabili nelle linee sobrie delle ampie grate dei cori e delle gelosie trilobate, nella cromia delle cartelle decorative delle porte e dell’altare maggiore e negli altri elementi del repertorio ornamentale e dell’arredo. Fra i quali si annotano le macchine d’altare delle nicchie con le statue di S. Francesco e S. Chiara costituite da complicati fregi di volute con cornici di cherubini; le due cornici in legno dei quadri raffiguranti l’Annunciazione, dell’inizio del XVII sec., e la Sacra Famiglia eseguito nel 1757 dal solimenesco Paolo de Majo e il pulpito ligneo del XVIII secolo. E l’argenteria sacra comprendente diversi elementi di rilievo, tra i quali un ostensorio del 1722 ricco di fregi decorativi e raffinati effetti cromatici e uno sportello di tabernacolo di manifattura napoletana del 1705 in lamina d’argento, incisa, laminata e bulinata, raffigurante la scena dell’Annunciazione.
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