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ANTICO ACQUEDOTTO

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MAZARA DEL VALLO, TRAPANI

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Gli “archi”, o almeno quello che rimane degli archi in Contrada Fiumara - San Miceli, ci ricordano il primo acquedotto mazarese realizzato per volontà di un vescovo mazarese, Monsignor Francesco La Cava. La costruzione degli archi e la relativa conduttura che serviva a trasportare l’acqua dalle sorgenti di contrada Mirabile alla città, risalgono al tardo Seicento, anche se per alcuni la data dovrebbe essere quella del 1629, data discordante con il periodo di vescovado di Monsignor La Cava insediatosi nella carica nell’anno 1685. La zona degli “archi”, molto interessante dal punto di Vista naturalistico, lo è di più dal lato storico-archeologico. Infatti nelle immediate vicinanze di essi, ad appena 30 metri circa sul lato occidentale, vicino la costa ove cresce un carrubo certamente millenario, si trova una tomba ad alcova con lettiga incavata nel tufo e addossata alla parete sud, a sinistra entrando nell’imboccatura (Tomba Tapsiana). Poco oltre vi è la chiesa di San Cataldo ed a fianco a questa, sul lato ovest, si trova un “Fossu di lu lupu” (trappola del lupo), seminascosto dalla vegetazione cresciutavi all’interno. Percorrendo ancora pochi metri, dopo la chiesa, sull’arco di roccia detto costa del “Granatello”, insisteva una torre fortificata (castelluccio) la quale assicurava la comunicazione visiva con un‘ altra postazione situata nella contrada Castelluccio. Ed ancora un po’ ad ovest si notano “le carrebbe” (laboratori formati da recipienti ove si cuocevano gli escrementi solidi degli ovini per produrre il salnitro) con ancora le fornaci utilizzate per la produzione. Infine sotto la chiesa si scorgono, sulla costa, le abitazioni di un tempo adattate nelle grotte naturali ed ormai semidistrutte dalla mano dell’uomo, e sotto ancora, sul letto del fiume, si riscontrano resti archeologici. La zona degli “archi” era anche il regno di Vito Castelli alias “Sataliviti” bandito mazarese diventato leggendario in tutta Sicilia dell’epoca (1675-1706) che spesso, inseguito dalla gendarmeria, percorreva pericolosamente il tragitto tra l’una e l’altra sponda del Mazaro camminando sopra gli archi trainando con se un cavallo che veniva preventivamente bendato. L’appellativo di “Sataliviti” (salta le viti) gli fu attribuito dopo che inseguito come al solito dalla gendarmeria riuscì a sfuggire alla cattura attraversando un vigneto (allevato basso alla marsalese), correndo non lungo i filari bensi trasversalmente ad essi, in modo tale da eseguire una corsa ad ostacoli, molto congenialealla sua proverbiale agilità, ma assai diffcile agli inseguitori.

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