Ardimento, Attenzione, Curiosità

Ardimento, Attenzione, Curiosità

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Ardimento, Attenzione, Curiosità
Focus

21 febbraio 2026

Il discorso del Presidente FAI Marco Magnifico tenuto il 21 febbraio al Teatro Petruzzelli di Bari in occasione della prima Assemblea dei Delegati e Volontari FAI: “Ardimento, Attenzione, Curiosità. Tre parole per tre dialoghi sullo spirito che ci anima”.

Come succede dopo una gran festa di famiglia quando, finalmente salutati gli ultimi ospiti, ci si lascia cadere sfiniti e soddisfatti sul sofà e si iniziano con i familiari e gli amici più stretti quei commenti che inevitabilmente finiscono in un “taglia e cuci” sulla “forma”, l’eleganza e la simpatia di questa o quello, così è capitato al FAI alla fine delle celebrazioni per i 50 anni dalla nascita, delle cui fatiche e grandi soddisfazioni tutti abbiamo già parlato. Si tratta sempre di momenti assai divertenti perché, passata la tensione del “come andrà?”, si vive improvvisamente una specie di benefica quiete dopo la tempesta (voi delegati e volontari la conoscete bene in quella domenica sera delle Giornate FAI…!) e che, nel nostro caso, ha stimolato utili riflessioni sulle quali impostare il lavoro del futuro.

Terminati gli ultimi commenti più legati agli specifici accadimenti abbiamo passato in rassegna le emozioni, i pensieri e in un certo senso le “conclusioni” frutto delle così numerose e diverse esperienze vissute nel 2025 e che ognuno di noi aveva tratto ed esaminato in cuor suo. Passando al setaccio quei dodici rutilanti mesi sono emerse tre prerogative che ci sono parse più caratterizzanti di altre nel riassumere o, meglio, compendiare il lavoro fatto da tutta la struttura, sia volontaria che professionale della Fondazione; esse sono: l’ardimento, l’attenzione, la curiosità.

Giulia Maria Crespi e Renato Bazzoni non difettarono certo di ardimento quando out of the blue – come amava dire la nostra fondatrice – si misero in mente di dar vita a una Fondazione che avrebbe vissuto del possibile (ma al momento francamente non tanto probabile) dono di castelli, ville, palazzi, paesaggi e quant’altro da parte di ignoti proprietari e che, per giunta, avrebbe dovuto giovarsi sia di ingentissime quantità di danaro per il loro restauro, sia di professionalità e know how per la gestione che né una né l’altro avevano; né loro né chiunque altro in Italia in quegli anni. C’era solo il modello; un modello apparentemente inarrivabile per dimensione, storia e cultura essendo espressione di un mondo tanto diverso per eredità culturale e sociale: il National Trust inglese. Quella era la meta; il sentiero era lungo e impervio, pieno di incognite, il bagaglio di esperienze modesto se non inesistente, la voglia di arrivare in vetta incontenibile…

Essere ardimentosi è una virtù feconda e potenzialmente assai fruttuosa anche per la collettività ma bisogna esser capaci di governarla dandosi, a un certo punto, anche dei limiti; in realtà il vero ardimentoso all’inizio non si domanda se ce la farà, il suo ardore, nutrito della potenza dell’idea e dal fuoco del desiderio di farcela, gli suggerisce di non farsi troppe domande e di gettare il cuore oltre l’ostacolo; egli è attratto dal rischio, l’audacia lo eccita spesso impedendogli di scorgere e calcolare quella percentuale di insuccesso che ogni azzardo comporta. L’ardimento è di solito una caratteristica più tipicamente legata alla giovinezza quando la fiducia nelle proprie forze può essere quasi illimitata e il futuro sembra essere lì ad aspettare la nostra energia, la nostra creatività e la nostra positiva visione di un mondo che vogliamo lasciare migliore di come lo abbiamo trovato.

L’ardimento si nutre di sogni, di speranze, di visioni, di fede nel futuro e nelle sorti del mondo…

Da questo coraggio un po’ azzardato nacque il FAI, da questo senso “del dovere”, costi quel che costi come diceva la Crespi, verso il proprio Paese – il più bello del mondo – e verso le presenti e future generazioni. Fu un ardimento certamente molto generoso ma spesso un po’ incosciente quello che mosse quei due cinquantenni (lei 52 e lui 53) per i primi dieci/quindici anni di vita della Fondazione e che stregò un piccolo manipolo di avventurosi sognatori (tra i quali mi colloco) che lo fecero proprio e che andò poi via via ingrossandosi fino a divenire – senza mai quell’ardimento perdere – l’esercito che siamo oggi; non siete forse ardimentosi voi nell’immaginare quella impressionante lista di aperture straordinarie nelle nostre Giornate e nel gestire quelle folle spesso immani che accorrono alle vostre proposte?

Senza ardimento il FAI non sarebbe nato; senza ardimento il FAI si sgonfierebbe.

Ma, come ho già accennato, l’ardimento per essere virtuoso e prodigo di benefici anche per la collettività deve, a un certo punto, essere arginato o, meglio, temprato da una virtù apparentemente con esso contrastante ma che, in realtà, non ne mina l’essenza ma ne limita il rischio; abbiamo identificato nell’“attenzione” questa seconda virtù.

Attenzione a che cosa? Se riprendiamo la metafora dello scalatore che vuol giungere in vetta, l’attenzione a dove mettere i piedi è il primo segreto; l’attenzione alla solidità dell’appiglio, ai primi segnali di cambiamento del tempo, uniti al coraggio, se serve, di sapersi fermare per attendere il sereno o, addirittura, di rinunciare temporaneamente a proseguire se il pericolo sembra superiore alle nostre forze per affrontarlo; un’attenzione che non scalfisce l’ardimento ma che lo veste di “buon senso”; un apparente ossimoro? No! Un peso in grado di riportare in equilibrio i due piatti della bilancia o, per lo meno, di rendere accettabile, o almeno calcolato, il loro squilibrio. Nel caso del FAI un’attenzione instancabile – come per altro per qualsiasi impresa virtuosamente gestita – alla stabilità e al controllo della gestione economica e amministrativa, all’analisi continua e minuziosa dei meccanismi che regolano il funzionamento dell’azienda, al loro equilibrio e al loro continuo bisogno di messe a punto per adeguare l’impresa ai tempi e alle necessità in perenne e implacabile cambiamento; ma anche, nel nostro caso, l’attenzione alla manutenzione ordinaria dei Beni, dai tetti agli impianti, dalla pulizia impeccabile alle aiuole fiorite; attenzione alla soddisfazione delle persone che lavorano, alle loro esigenze anche personali, alla loro crescita professionale; attenzione alle infrastrutture aziendali di ogni tipo che consentono un lavoro prodigo di risultati; attenzione, ancora, nei rapporti con le istituzioni, con i donatori, con gli iscritti, con i visitatori, con le aziende, con i competitors; attenzione professionale e umana verso il mondo variegato, vivace, creativo e difforme dei volontari che continuamente immettono idee, visioni e sangue nuovo nelle vene del nostro organismo; attenzione a ogni dettaglio, ad ogni segnale di pericolo, a ogni stimolo per migliorare, a ogni occasione da non perdere. L’attenzione non si può permettere di avere cedimenti, distrazioni, ritardi.

Attenzione vuol dire spesso cautela, sempre accortezza, ogni tanto prudenza. Ma, per carità, non si oppone all’ardimento; vive delle sue proposte e dà loro le gambe sulle quali reggersi. Ardimento e attenzione sono complementari per dare slancio e solidità al nostro FAI! Non esiste l’uno senza l’altra; e viceversa.

E infine la curiosità; ingrediente indispensabile a rendere fertile e produttiva la nostra azione a favore e vantaggio del Bene comune, sia esso un bene fisicamente inteso in quanto elemento tangibile del nostro patrimonio culturale e paesaggistico o sia esso quello più spirituale della educazione della collettività, scopo esclusivo, come ognun sa, della nostra missione.

La curiosità che ci interessa è l’inesausto desiderio di approfondire la conoscenza di tutto ciò che è oggetto delle nostre cure, da una pietra scolpita all’animo dei nostri simili; essa assume nel FAI una valenza speciale in quanto destinata a creare varie e plurime occasioni di (accrescimento) formazione dei concittadini; potremmo definirla una “curiosità civica”!

Chi opera nel FAI e per il FAI non deve essere curioso solo per sé stesso ma lo è per missione. Come potremmo infatti contagiare il prossimo al desiderio di accrescere le sue conoscenze, così appassionandolo alla storia e alla tutela del patrimonio, se non disponessimo del maggior numero possibile di stimoli, argomenti e sollecitazioni da usare a seconda delle occasioni e delle opportunità in cui esercitare il nostro ruolo civico di educatori?

Essere curiosi richiede spesso sacrificio e sempre molto tempo; e richiede anche l’umiltà di riconoscere la propria ignoranza e incompetenza che – scherzo del destino – soprattutto all’inizio aumentano in misura direttamente proporzionale al tempo che si dedica allo studio e all’approfondimento. Nulla è più pernicioso, nel momento in cui ci si appresta a un restauro di qualsivoglia oggetto, del sottovalutare e limitare le energie, l’impegno e i tempi che lo studio della sua storia, delle sue caratteristiche fisiche, di chi lo ha ideato, realizzato e utilizzato richiedono. Il primo organo a dover essere curioso è l’occhio che deve essere in grado di cogliere tutti quegli indizi in grado di rivelare una caratteristica, un problema, una testimonianza storica, artistica o umana; più ancora che curiosi il nostro animo e il nostro occhio devono essere golosi se non addirittura ingordi di stimoli, segnali, indizi che possano favorire qualsiasi occasione di conoscenza e approfondimento. Ci vuole tempo ho detto; non bastano una visita o due prima di cominciare a immaginare un intervento; ce ne vogliono, dieci, venti o ancor di più perché ogni volta ci si rivelerà un dettaglio non visto la volta prima e non è mai detto che non sia proprio quello a rivelarci il segreto che cercavamo.

Più si indaga, più si scopre, più si capisce e meglio si compie il proprio doppio dovere: quello nei confronti del monumento, la cui storia esige un rispetto e una cautela nel restauro che solo la maggior conoscenza possibile può garantire, e quello istituzionale di raccontare a chi voglia ascoltarla (ma anche a chi ne abbia poca in modo da fargliela venire…) la storia magnifica, unica e variopinta come poche altre al mondo di un Paese, il nostro, che abbiamo tutti, tutti noi qui in sala l’ardimento, l’attenzione e la curiosità di conoscere, proteggere e raccontare per assicurargli un futuro all’altezza del suo passato.

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