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CASTELLO DI ROCCASCALEGNA

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CASTELLO DI ROCCASCALEGNA
IL CASTELLO DI ROCCASCALEGNA Imponente e misterioso, il Castello di Roccascalegna si erge su uno sperone roccioso che domina le colline a sud est della Maiella comprese tra i corsi dei fiumi Sangro e Aventino. La leggenda vuole che il suo nome stia a ricordare una scala in legno che era di accesso alla rocca, “Rocca scala lignea”, presente ancora nello stemma del paese che lo ospita, ma il toponimo, più credibilmente, dovrebbe risalire al termine “Rocca-scarengia”, derivante da “scarenna”, cioè il fianco scosceso di una montagna, documentato nel Catalogus Baronum nel 1379; un’altra ipotesi è che derivi da un nome personale longobardo “Aschari” quindi Rocca-Aschari e successivamente, Roccascalegna. Il complesso fortilizio vuole le sue origini nel VII secolo d.c., ad opera dei Longobardi che si insediarono nell’Abruzzo meridionale e nel Molise. Verosimilmente il torrione primigenio si ergeva laddove tutt’oggi possiamo ammirare la torre d’avvistamento, ricostruita tra il XIV e il XVI secolo. Nei secoli, e fino al 1700, epoca in cui se ne perdono notizie storiche, passando sotto gli Svevi, gli Angioini e gli Aragonesi, il Castello di Roccascalegna ha sempre svolto funzioni di avvistamento e di difesa, e si è sviluppato seguendo le caratteristiche orografiche del terreno con mura di contenimento e torrioni destinati alle varie funzioni in ragione dell’esposizione ad attacchi esterni, e del diffondersi delle armi da fuoco. Ormai quasi completamente distrutto, il Castello, dopo circa tre secoli di abbandono, pur avendo dato riparo alle truppe armate nelle vicende dell’Italia post-Unitaria come sede della guardia nazionale contro le gesta leggendarie del brigantaggio, torna a nuova vita solo alla fine del secolo scorso, dopo che gli ultimi proprietari, Croce Nanni, nel 1985 ne avevano fatto donazione al Comune. Dal cuore del piccolo paese, una ripida e contorta gradinata conduce alle mura della rocca e si apre sul vano che ospitava il ponte levatoio; i torrioni circolari che la difendevano sul lato scoperto dello sperone verso valle sono ancora tutti visitabili con le carceri, i forni e riproduzioni di armi da fuoco d’epoca; dopo l’ultima torre, quella Angioina, nel punto più alto e più impervio dello sperone svetta la torretta d’avvistamento, organismo a tre piani, con solai in travatura in legno, e un ingresso ad arco acuto con diverse incisioni sulle pietre da costruzione. Senz’altro questo Castello è uno dei più suggestivi in una regione pur ricca di castelli e seconda in Italia per numero solo alla Valle d’Aosta. Oltre, infatti, alla posizione invidiabile, quasi sospeso fra il cielo e la terra, visibile da tutto il territorio circostante attraverso scorci sorprendenti e sempre diversi, permette a chi lo visita di godere anche di panorami mozzafiato, che spaziano dal massiccio della Maiella alla valle del Sangro verso l’Adriatico. Ma il Castello di Roccascalegna, non è solo storia, architettura e natura, esso custodisce una delle più intriganti leggende dei tempi feudali. Si narra che l’ultimo feudatario che lo abitò e di cui si conservi memoria, il Barone Corvo De Corvis, con un editto del 1646, avesse reintrodotto lo “ius primae noctis” in forza del quale obbligava ogni novella sposa del Feudo di Roccascalegna a passare la prima notte di nozze con lui. Ma qualcuno si ribellò e il Barone fu accoltellato nel talamo nuziale dalla sposa dissenziente o dal marito travestito, lasciando l’impronta della propria mano insanguinata sulla roccia. Il Castello è stato anche scenario dell’ultima produzione RAI Fiction del Nome della Rosa, di Umberto Eco, di cui ricorre, quest’anno, il 40° anno dalla sua prima pubblicazione.

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