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Una nuova “eccitante” inaugurazione per il FAI

Una nuova “eccitante” inaugurazione per il FAI

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Una nuova “eccitante” inaugurazione per il FAI
Focus

19 novembre 2023

Il discorso del Presidente FAI Marco Magnifico per l’apertura al pubblico di Palazzo Moroni a Bergamo.
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Siamo tutti molto eccitati oggi e lo siamo dal 1643!; ora vi dico perché.

Siamo eccitati innanzitutto perché qui, ora con voi inauguriamo – alla fine di questo anno così ricco e importante per Bergamo, con Brescia, Capitale della Cultura – aprendolo definitivamente per sempre e per tutti, il primo importante palazzo del FAI; un tipico, maestoso palazzo italiano con il suo scalone monumentale, la fuga di sale, i soffitti magnificamente affrescati, le grandi opere d’arte, il giardino, le statue e le siepi ben potate e tutto ciò che serve, insomma, per essere un vero, imponente, nobile palazzo italiano.

Dopo otto ville, quattro castelli, tre monasteri, sette tra chiese e cappelle, cinque case, nove tra alpeggi e boschi, un orto (quello di Giacomo Leopardi per intenderci), una salina, due negozi (un barbiere e quello Olivetti in piazza San Marco), una tomba monumentale (il mausoleo Brion di Carlo Scarpa), una batteria militare e altro… finalmente un palazzo!

Come diavolo faceva il FAI a raccontare la storia italiana senza nemmeno un vero palazzo? Mancanza sanata!

Ci tengo a sottolineare che il merito iniziale perché tante storie abbiano potuto avere un lieto fine non è mai del FAI che in effetti è il tramite – abbastanza affidabile... diciamocelo pure – tra un mecenate e la collettività. E questa volta senza il Conte Antonio Moroni e sua figlia Lucretia l’imponente e intatto contesto storico e familiare di Palazzo Moroni forse non ci sarebbe più; o perlomeno sarebbe molto diverso e, soprattutto, non apparterrebbe forse, come da oggi appartiene, alla collettività.

Nel 2008 infatti Antonio Moroni, ultimo erede maschio di una nobile e ricca dinastia che in queste sale visse per generazioni fin dal 1650 quando Francesco Moroni e sua moglie Lucrezia Roncalli si costruirono il palazzo, Antonio Moroni, dicevo, decise che un gesto decisivo perché questo patrimonio non andasse perduto, andava fatto; con un coraggio e un senso civico e sociale che non è così comune il Conte Moroni attribuì – perché non andasse disperso e così spossessando se stesso, sua figlia e i suoi nipoti – il piano nobile del palazzo con alcune pertinenze, il favoloso giardino, gli arredi più importanti e alcune opere d’arte a una Fondazione: la Fondazione Palazzo Moroni.

Dopo tre secoli e mezzo Palazzo Moroni non era più di un Moroni che ne rimaneva solo l’accorto e civile amministratore. Non una scelta da poco!

Sua figlia Lucretia – artista e fotografa e fatta della stessa pasta di chi ritiene che ormai certi Patrimoni culturali appartengono più alla collettività che a una famiglia – decise dopo undici anni, nel 2019, di affidare al FAI la Fondazione creata da suo padre nel frattempo scomparso; tramite un’ingegneria legale affatto nuova, il FAI ha assunto il controllo della Fondazione Palazzo Moroni che pur rimanendo la proprietaria del palazzo e di ciò che contiene, ha affidato al FAI la custodia, il restauro, la valorizzazione, la manutenzione e la gestione del Bene, facendosi così carico anche di tutti gli oneri economici connessi. Una Fondazione più grande, solida e capace che viene posta a sostegno di una più piccola e inerme ma egualmente nobile; perché nata dallo stesso ceppo sociale e culturale: quello di coloro che antepongono l’interesse collettivo al proprio.

Senza il gesto di Antonio e Lucretia Moroni, la loro casa non avrebbe potuto diventare un nuovo punto di riferimento per raccontare a Bergamo, alla Lombardia e all’Italia un nuovo capitolo della prestigiosa storia e dell’identità culturale della città.

Onore al merito! E il FAI è stato onorato di ricevere da loro questo impegnativo ed eccitante incarico.

inaugurazione
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Eccitante come ogni nuova sfida che in questo caso, ha comportato anche l’acquisto con mezzi propri da parte del FAI di alcune porzioni del Palazzo non attribuite dal Conte Moroni alla sua Fondazione, così come di un importante nucleo di arredi rimasti di proprietà della famiglia ma che da queste stanze e da questa storia difficilmente avrebbe potuto essere sradicato senza creare grave danno per l’integrità del contesto. Sarebbe nostro vivissimo desiderio poter ora acquistare da Lucretia quella magnifica Natura Morta con strumenti musicali vicina a Baschenis se non proprio sua, ora in prestito e che vedrete nella Sala dei Giganti e che da sempre è in Casa Moroni; lanceremo un appello….

Eccitante per aver avuto l’opportunità di entrare nel profondo della storia di una famiglia così illustre (il ricco archivio è qui conservato), del suo palazzo e delle sue purtroppo decurtate collezioni (dal 1952 il meraviglioso Cavaliere in Nero del Moroni che faceva da pendant a quello in rosa è al Poldi Pezzoli di Milano) per poter, dopo averli attentamente studiati, entrare con loro in sintonia e solo dopo sentirsi quindi pronti e autorizzati – sempre in accordo con la Soprintendenza – a consolidarne con un imponente e invisibile lavoro le strutture, adeguarne gli impianti, consapevolmente restaurarne il contesto abitativo intervenendo con un timido riarredo e arricchendo infine l’intera struttura di servizi e accorgimenti adeguati al nuovo uso collettivo ed educativo che oggi inauguriamo.

Eccitante anche per la meravigliosa avventura di poter conservare un giardino e un’ortaglia di dimensioni assolutamente inusuali per una dimora di città; come si sa al di là del giardino formale – che come il palazzo esce oggi da un lungo e impegnativo lavoro di restauro e rivitalizzazione – c’è un pezzo di campagna lombarda intatto e magnifico; con i suoi alberi da frutto, il campo di patate, la pergola, il roccolo e tanto tanto prato che lasciamo appositamente venir alto in primavera perché il ronzio di api, calabroni e bombi dia voce a quel meraviglioso universo dai tenui colori dei fiori di campo.

Fiori d’aiuole e fiori di campo; la rara, se non unica, biodiversità del giardino Moroni.

Eccitante, ancora, perché una grande storia che solo apparentemente appartiene al passato possa diventare contemporanea così svolgendo quel ruolo educativo alla qualità e allo stile – e non solo – che consenta a giovani e meno giovani di trovare anche in queste stanze radici e radichette della loro identità. Il grande pericolo – e questa è la parte più difficile, ardua ma anche eccitante del lavoro del FAI – è che tutto questo diventi lettera morta e non linfa vitale per nutrire la propria consapevolezza di cittadini bergamaschi, lombardi e italiani.

inaugurazione
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Ecco allora che, così come facciamo dappertutto, nell’ex cucinone nel mezzanino – una delle porzioni di palazzo acquistate dal FAI – viene proiettata e raccontata l’indispensabile prefazione al godimento dell’universo che il primo piano dispiega: dalla caduta dei giganti, alle consolles con i ripiani che vengono dalla villa dell’Imperatore Adriano a Tivoli; dalla Gerusalemme Liberata sul soffitto del salone da ballo alle porcellane di Jacob Petit, il più grande, esuberante, originale e virtuoso ceramista francese della prima metà dell’Ottocento… ; dal troppo pieno – come usava una volta e come io adoro – del salotto giallo all’eclettismo cinese dell’ultimo salottino… spunti per ispirare magari anche case attuali che sull’esempio di questa – pur senza averne le dimensioni – possano essere piene di colore, di vita, di originalità e non solo fatte da un immenso divano con isola di fronte a un gigantesco schermo piatto, come si usa oggi…; fino alla favolosa coppia dei due coniugi Grumelli: lei in velluto verde e ramages d’oro di Dolce&Gabbana e lui in full pink come Elton John!

Ma c’è qualcosa di ancora più eccitante in questa grande, lunga, variegata e magnifica storia; c’è che pochissimi anni prima che Francesco e Lucrezia Moroni decidessero di costruir casa a Bergamo in via Porta Dipinta – loro venivano da Albino (da dove veniva, concedetemi un ricordo personale, anche la tata della mia mamma che ricordo con grande tenerezza e che si chiamava, appunto, Albina!) – appena tre anni prima, l’8 febbraio del 1643, giù in fondo alla strada nel Convento di S. Agostino, un gruppetto di intellettuali che da tempo si riuniva in circolo, decise di fondare un’Accademia la cui missione – tre secoli e mezzo prima – sorprendentemente prefigurava quella del FAI nata nel 1975: la missione era, ascoltate bene!, “Risvegliare i cittadini dall’ozio torpido, appassionandoli alla cultura!” Che bell’aggettivo “torpido” di fianco al sostantivo ozio! Ma vi rendete conto quali mai sentieri scelga il destino per ricollegare la storia passata al nostro presente e indirizzare – confortandoli con l’esperienza di chi ci ha preceduto – i nostri passi? E sapete come si chiamava codesta Accademia, il cui primo principe l’Abate Donato Calvi suggerì a Francesco Moroni i temi e i soggetti per gli affreschi poi realizzati dal Barbelli? Si chiamava Accademia degli Eccitati!

Eccitare dal latino excitare: cioè far uscire, trarre fuori. E cioè, come dice lo Zingarelli: risvegliare, stimolare, suscitare interesse e curiosità (guai a chi non è curioso; è un mio pallino! Poveretti coloro che non sono curiosi! Tanto per dirne una… cosa diavolo ci fa sopra le nostre teste Goffredo di Buglione?!); e, anche, eccitare vuol dire porre qualcuno in uno stato di agitazione… nel senso buono naturalmente; eccitare la curiosità, eccitare la fantasia, stimolare il desiderio, di conoscere, di toccare, di imitare, di sapere.

Appassionare alla cultura! Era la missione degli eccitati di Sant'Agostino. È la missione nostra, vostra, di questo Palazzo al quale auguriamo una vita abbastanza lunga per eccitare alla voglia di sapere generazioni di bergamaschi, lombardi, italiani e non solo che anche su queste stupefacenti, ricche e variopinte pietre angolari possano costruire il loro presente e il loro futuro; il più possibile all’altezza del nostro comune passato.

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