26 gennaio 2026
Questi sei luoghi, in cui la storia è protagonista, fanno parte dei venti progetti sostenuti attraverso il Bando I Luoghi del Cuore.
57° classificato con 7.531 voti al 12°censimento
Giuseppe Terragni (Meda, 1904 – Como, 1943) è l’architetto del razionalismo italiano, protagonista indiscusso della cultura architettonica italiana del Novecento. Sant’Elia è un’area residenziale di Como nata come quartiere operaio a partire dal 1914. Ed è proprio in questo rione decentrato che Terragni realizza uno dei suoi capolavori: l’Asilo Sant’Elia.La costruzione di un nuovo asilo si era resa necessaria per la vendita del precedente edificio scolastico, nel 1925, da parte dell'amministrazione provinciale. In seguito alle rimostranze degli abitanti del quartiere, costretti a mandare i bambini in un asilo molto distante, la Congregazione di carità affidò all'architetto Giuseppe Terragni negli anni Trenta la nuova realizzazione. Già nel 1932 Terragni aveva concepito un primo progetto per un asilo destinato ad accogliere 200 bambini, che anticipava molte delle soluzioni che sarebbero state poi adottate al Sant'Elia. Il committente concesse all'architetto ampia libertà progettuale, apprezzando le sue idee innovative presentate nei primi disegni del 1934. La pianta dell’edificio, a forma di "C", è caratterizzata da volumi bassi, permette di integrare gli spazi interni ed esterni, in costante relazione tra loro, grazie alle ampie superfici vetrate, che offrono una continuità visiva con il giardino. La struttura si distingue per l’uso pionieristico non solo della trasparenza, ma anche per l’impiego di pareti mobili, che rendevano gli spazi flessibili e modulabili a seconda delle esigenze pedagogiche, grazie all’ossatura dell’edificio, costituita da pilastri esterni al fabbricato. Aule, refettorio, servizi igienici, spogliatoio dei bambini e uffici sono dislocati intorno a un luminoso spazio centrale, il “ricreatorio”, che guidava l’idea di scuola come “casa per una grande famiglia”. Le quattro aule hanno un’intera parete finestrata che, essendo arretrata dall’ossatura perimetrale, consente il dispiegarsi di tende per il sole, regolate da un meccanismo progettato dallo stesso Terragni, autore anche degli arredi, che contribuiscono a creare un’atmosfera tanto funzionale quanto poetica.
Inaugurato nel 1937, l’edificio è considerato uno dei capolavori dell'architettura moderna. Già oggetto di un restauro negli anni Ottanta, ha funzionato come scuola materna fino al 2019, quando la necessità di una serie di adeguamenti ne ha imposto la chiusura.
Il progetto, candidato dal Comune di Como al Bando I Luoghi del Cuore e realizzato in collaborazione con il Politecnico di Milano e la Soprintendenza, ha l'obiettivo di avviare il recupero dell’Asilo con un intervento legato all’elemento che più connota l’edificio, cioè le sue grandi vetrate e il rapporto con la luce. Sarà restaurato il complesso meccanismo che governa l’apertura e la chiusura delle grandi tende, a partire da quello concepito da Terragni, ma introducendo degli aspetti di automazione. Il progetto, del costo totale di 120.000 euro, ottiene un contributo di 23.000 euro da FAI e Intesa Sanpaolo.
13° classificato con 22.316 voti al 12° censimento
Feltre romana fu fortificata da Teodorico, distrutta dai Longobardi e ricostruita da Alboino. Alboino (Pannonia, 530 circa – Verona, 28 giugno 572) è stato re dei Longobardi dal 560 circa al 572, anno del suo assassinio (forse ordito dalla moglie Rosmunda).
La leggenda narra che il castello fu edificato nel 570, ma le prime testimonianze storiche di un vero e proprio castello a Feltre risalgono solo al X-XI secolo quando la città era governata dai vescovi-conti che risiedevano appunto nel castello. Il richiamo al nome del re longobardo Alboino è forse un’eco storica dell’importanza strategica del castello dal quale si controllavano tutti gli accessi alla vallata. La sua storia ha seguito quella della città: passato a varie signorie, arrivò in mano alla Serenissima nel 1404 e furono proprio i veneziani – che governeranno il territorio fino al 1797 – a ricostruire il castello dopo il distruttivo incendio del 1510, appiccato dalle truppe imperiali durante la guerra di Cambrai.
Il complesso è stato dunque profondamente alterato nei secoli, con la modifica e l’aggiunta di corpi di fabbrica e la scomparsa di altri: non si conserva la cinta muraria e delle quattro torri angolari di cui era dotato, resta oggi solo “Il Campanon” – che richiamava il popolo alla raccolta per la lettura dei proclami – mentre l’altra torre esistente, detta dell’Orologio, costituiva l’antico ingresso al complesso fortificato. Resti di decorazioni ad affresco di inizio Cinquecento si trovano nel grande salone del primo piano, ma gli altri ambienti sono pressoché spogli, anche per i notevoli cambiamenti d’uso: il castello è stato a lungo caserma e in anni relativamente recenti una parte era stata sede dell’Università IULM, ma dal 2011 è rimasto vuoto e in abbandono, con l’eccezione della Torre dell’Orologio, restaurata da pochi anni. In gran parte di proprietà del Demanio, è in affidamento al Comune di Feltre, che ha chiesto il trasferimento di proprietà, anche per programmarne il recupero e il riuso: la procedura è in corso e dovrebbe concludersi a metà dell’anno.
Il progetto, candidato dal Comune di Feltre al Bando I Luoghi del Cuore, prevede il restauro della merlatura del castello, il suo elemento più simbolico e identitario, gravemente danneggiata e in parte pericolante a causa della Tempesta Vaia del 2018.
Il progetto, del costo totale di 62.000 euro, ottiene un contributo di 40.000 euro da FAI e Intesa Sanpaolo.
111° classificato con 4.844 voti al 12° censimento
Realizzato a metà Ottocento dal marchese Francesco Ranghiasci Brancaleoni, il parco introduce in città il modello del giardino all’inglese, allora del tutto originale per il contesto locale: a Gubbio infatti non c’erano giardini, ma piccoli orti contigui ai palazzi patrizi. La spinta alla realizzazione del giardino fu data dalla moglie di Francesco, Matilde Hobhouse. Originaria della contea di Bath, Matilde era una donna nobile, colta, la cui bellezza ispirò i versi dell’amico Ugo Foscolo che le dedicò le Rime di Petrarca con le parole: “Alla Gentile Giovine Matilde Hobhouse fanciulla”.
Viali sinuosi, rampe ellittiche e cannocchiali ottici guidano il visitatore in un percorso visivo in continuo movimento, studiato per incorniciare scorci della città medievale. Il cuore del parco è il giardino del Tempietto, dominato da un’architettura neoclassica. Nel timpano, lo stemma dei Ranghiasci affiancato a quello dei Brancaleoni e il motto Virtus omnia vincit rendono esplicita la funzione simbolica del luogo: non semplice ornamento, ma affermazione di un’identità familiare e civile. Attorno al tempietto si dispongono edifici neoclassici come l’ex scuderia, il Villino e la Torre di San Luca. Franco Zeffirelli, amico della famiglia Ranghiasci e conoscitore del Parco, le inserì in alcune scene dei suoi film più importanti quali Giulietta e Romeo e Fratello sole e sorella luna.
Dopo una lunga fase di decadenza seguita alla morte del marchese nel 1877, il parco viene recuperato negli anni Ottanta del Novecento grazie all’acquisizione da parte della Provincia di Perugia e del Comune di Gubbio. Nell’ultimo anno il degrado della componente vegetale e architettonica, aggravato da eventi climatici estremi, ha reso necessaria la chiusura del parco.
Il progetto, candidato dal Comune di Gubbio al bando I Luoghi del Cuore, prevede il recupero del giardino del Tempietto, delle scarpate e delle strutture storiche, oltre alla messa a dimora di nuovi ippocastani lungo lo storico viale, con l’obiettivo di restituire il Parco alla comunità.
Il progetto, del costo totale di 25.000 euro, ottiene un contributo di 10.000 euro da FAI e Intesa Sanpaolo.
63° classificato con 6.996 voti al 12° censimento
Fondato nell’Alto Medioevo sul colle dell’Annunziata come monastero benedettino femminile, prosperò sin dall’epoca longobarda, quando Ausculum era parte del Ducato di Spoleto: l’Angelo Magno a cui è dedicato è infatti l’Arcangelo Michele, patrono dei longobardi. Luogo di riferimento dell’aristocrazia locale, il monastero fu molto potente grazie alle ricche doti fornite dalle prestigiose famiglie delle monache. Nel 1460 passò agli Olivetani, che vi rimasero fino al 1831 e che arricchirono il complesso, in particolare realizzando importanti lavori a inizio Seicento, momento a cui risale anche il grande chiostro, decorato da 36 lunette con affreschi che narrano la vita di San Benedetto. Dopo un breve soggiorno dei Camaldolesi, il bene passò allo Stato per la soppressione degli Ordini religiosi nel 1861.
Profondamente snaturato dalla trasformazione in ospedale, il complesso, oggi proprietà del Comune, è stato inoltre gravemente danneggiato e reso in buona parte inagibile dal sisma del 2016.
Votato per due Censimenti, nel 2018 e nel 2024, la visibilità ottenuta ha favorito lo stanziamento di fondi per il recupero della chiesa, attualmente in corso, e oltre 13 milioni di euro dal PNRR per completare la trasformazione dell’ex convento in Polo scientifico-tecnologico e culturale, per la Facoltà di architettura e design dell’Università degli Studi di Camerino, già in parte ospitata in un’ala del complesso. Una serie di ambienti, inoltre, tornerà a essere sede del Sestiere Piazzarola, realtà fondamentale per la vita associativa ascolana.
Il progetto, candidato dal Comune di Ascoli Piceno al bando I Luoghi del Cuore, ha l'obiettivo di recuperare una delle lunette affrescate del chiostro, la più rilevante sotto il profilo storico-artistico: è una raffigurazione di San Benedetto legata all’ambito dei Crivelli, protagonisti del Rinascimento nelle Marche.
Il progetto, del costo totale di 25.000 euro, ottiene un contributo di 10.000 euro da FAI e Intesa Sanpaolo.
72° classificato con 6.531 voti al 12° censimento
Affacciata su piazza Episcopio, la Porta della Libertà è il portale bronzeo minore della Concattedrale di Troia, uno dei capolavori del romanico pugliese e cuore identitario della città sin dall’XI secolo. Questa opera, più discreta della grande porta principale, fu realizzata nel 1127 da Oderisio da Benevento e custodisce nel metallo non solo raffinate iconografie medievali, ma un frammento decisivo della memoria collettiva di Troia. Il portale, suddiviso in ventiquattro formelle scandite da cornici bullonate, racconta, attraverso figure minuziosamente incise e una lunga iscrizione, la storia dei primi vescovi della città, l’atto di donazione della stessa alla protezione degli apostoli Pietro e Paolo e la straordinaria rivolta della popolazione contro le pretese accentratrici di Ruggero II, un atto di coraggio civico compiuto pro libertate tuenda, per la tutela della libertà.
È da questo episodio – inciso a caratteri indelebili – che deriva il nome con cui la Porta è tuttora conosciuta. La sua importanza non è solo artistica: la Porta della Libertà è un documento storico unico. Non sorprende che l’espressione troiana civitas, incisa su una delle formelle superiori, sia diventata nei secoli una sorta di emblema dell’identità locale.
Il progetto, candidato dal Capitolo della Concattedrale al Bando I Luoghi del Cuore, prevede il recupero del portale bronzeo che oggi rischia di perdere la sua leggibilità a causa di avanzati processi di ossidazione, perdite materiche e fessurazioni che mettono in pericolo sia la superficie decorata sia la struttura metallica.
Il progetto dal costo di 41.000 euro ottiene un contributo di 24.000 euro da FAI e Intesa Sanpaolo.
17° classificato con 20.196 voti al 12° censimento
Voluta dal nobile vicentino Giacomo Valmarana come “luogo di delizie” accanto alla sua dimora, la realizzazione di questo grande giardino posto fuori dalle mura cittadine venne avviata nel 1556. Come in tutti i giardini rinascimentali, lo spazio verde era ornato da statue e fontane e pochi decenni dopo fu aggiunta una loggia di ispirazione palladiana, che ricorda il frontone di un tempio greco: da un basamento ad arconi che sorge dall’acqua della roggia Seriola, si alzano sei colonne che sorreggono al centro un timpano triangolare. La data 1592 incisa sulla loggia si lega sia all’epoca della sua costruzione sia all’anno dell’apertura del giardino al pubblico da parte di Leonardo Valmarana, con un gesto di grande attenzione verso i concittadini. A Baldassarre Longhena, altro grande protagonista dell’architettura veneta dell’epoca, fu affidata la costruzione, nel lato nord del giardino, di una nuova loggetta, destinata ad accogliere riunioni accademiche. Anche la Loggia Longhena si eleva da un piccolo corso d’acqua, con un basamento a tre archi che vengono poi ripresi a tutta altezza nella facciata, anche in questo caso coronata da un timpano in corrispondenza dell’arco centrale.
Il giardino venne acquistato nel 1813 dalla famiglia Salvi, che arricchì la varietà di piante e fiori e modificò l’impianto formale, tipico del Rinascimento, aggiornandolo sul gusto romantico, creando percorsi sinuosi e scorci inattesi. Nel 1878 il Comune di Vicenza divenne proprietario del luogo e diede corso a vari interventi, dalla cura del verde alla demolizione del muro che costeggiava la strada, rendendo in tal modo visibile dall’esterno il giardino, che dal 1907 fu aperto al pubblico. Nel Novecento fu un luogo molto vissuto, come spazio espositivo per mostre d’arte e d’artigianato e sede, nella zona esterna limitrofa alla Loggia Longhena, dei padiglioni realizzati per la fiera campionaria, trasferita negli anni Settanta nella zona industriale.
Il progetto, candidato dal Comune di Vicenza al Bando I Luoghi del Cuore, si rivolge a un’area specifica del giardino, che nel suo complesso è stato oggetto nel 2024 di un importante recupero del verde e dei percorsi interni, grazie fondi PNRR. Verrà ricreata la connessione tra il giardino e l’accesso, da tempo chiuso, a fianco della Loggia Longhena, grazie alla sostituzione della passerella pedonale, oggi inagibile, che scavalca la roggia. L'intervento ha anche una valenza sociale: vuole garantire maggiore frequentazione a un’area oggi degradata, quella degli ex padiglioni Fiera e dell'ex Cinema Arlecchino, da tempo in abbandono e di cui si auspicano il recupero e la riconversione.
Il progetto dal costo di 110.000 euro ottiene un contributo di 25.000 euro da FAI e Intesa Sanpaolo.
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