Dalla bottega al Made in Italy: il Patrimonio culturale come fonte di ispirazione

Dalla bottega al Made in Italy: il Patrimonio culturale come fonte di ispirazione

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Dalla bottega al Made in Italy: il Patrimonio culturale come fonte di ispirazione
Focus

30 settembre 2026

Il discorso del Presidente FAI Marco Magnifico in occasione della conferenza stampa di presentazione delle Giornate FAI d’Autunno presso Palazzo Piacentini a Roma, sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy.

Il fatto che Palazzo Piacentini – che grazie alla decisione del Ministro Urso, al quale va la nostra profonda gratitudine, sarà aperto al pubblico nelle prossime Giornate FAI d’Autunno di sabato 10 e domenica 11 ottobre – sia stato costruito tra il ’28 e il ’32 come “Palazzo delle Corporazioni” e che oggi – in piena continuità – sia la sede del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, fa riflettere chi, come il FAI, lavora per la conservazione e la valorizzazione del Patrimonio Culturale Italiano.

Tra Medioevo e Rinascimento, come sappiamo, le Corporazioni erano dette “delle Arti e dei Mestieri”, dove l’abbinamento dei due sostantivi non è certo casuale e, anzi, perfettamente rappresenta il fatto che l’esercizio di un mestiere è un’arte; in questo, Palazzo Piacentini, rappresenta perfettamente la tradizione come testimonia la prodigiosa vetrata di Sironi sullo scalone e non solo quella.

Il concetto di “Made in Italy”, per altro, nell’immaginario collettivo del mondo intero, raffigura e perfettamente coniuga il senso della qualità del prodotto, soprattutto artigianale, italiano distinguendolo per varietà, livello e caratteristiche da gran parte di quello del resto del mondo.

Pelletteria, lavorazione della pietra, del marmo e della terracotta, tessitura (dalla lana del Casentino alla seta di San Leucio), falegnameria, ricamo, vetri d’arte, ombrelleria (Talarico di Napoli per fare un nome che mi è caro), oreficeria, moda, naturalmente; ma poi anche prodotti caseari d’alta gamma (senza la vera fontina d’alpeggio la mia vita sarebbe più triste!), vini e dolciumi… e via in una lista infinita di campi dove la secolare tradizione italiana vive, talvolta sopravvive (e molto spesso, ahimè, cerca disperatamente di sopravvivere) per continuare a offrire prodotti che seppur artigianali e non artistici (non confondiamo i piani per carità anche se spesso questo accade) richiedono la conoscenza e il tramandarsi di un’arte basata su abilità, tecnica, studio e talento.

Con tutto ciò il FAI – e comunque tutto il mondo della tutela e del restauro – ha un rapporto proficuo e stringente non solo di collaborazione ma direi quasi di dipendenza.

Il FAI, come ognuno sa, non si occupa di valorizzazione e di produzione artistica ma di educazione della collettività alla conoscenza, al rispetto e alla protezione del Patrimonio culturale, naturalistico e agricolo italiano; propedeutico a questa attività – che come recita l’art. 2 del nostro Statuto è la missione esclusiva del FAI – è il restauro di qualsivoglia contesto e manufatto oltreché monumentale, naturalistico o agricolo anche artigianale, dalle stoffe ai metalli, dai libri antichi alle delicate pendole, dai legni pregiati scolpiti o intarsiati fino agli scafi di grandi barche storiche come quello, affidato a un grande maestro d’ascia, della nostra Velarca sul lago di Como.

Senza grandi artigiani in grado di lavorare ancora ai livelli di eccellenza di quelli di un tempo la nostra attività di tutela e la conseguente missione educativa non sarebbero possibili.

Vale la pena, a questo proposito, di ricordare che molto spesso l’attività di restauro richiede interventi di ripristino e di integrazione che vanno oltre il vero e proprio restauro e che richiedono conoscenza, sensibilità, manualità, tatto e abilità che affondano radici in un passato prestigioso e lontano al cui paragone non possono sfigurare e che non si imparano solo a scuola, o sui libri, ma soprattutto in bottega.

La bottega soprattutto quando è storica e vive da più generazioni, è da considerare un grande, insostituibile e variegato serbatoio di cultura ed esperienza che pochi altri Paesi oltre il nostro possono vantare: arte e mestiere appunto!

La bottega ha un maestro e dei garzoni e il suo futuro è, appunto, affidato ai garzoni che imparano dal maestro; il garzone è un’apprendista e non un operario addetto a un compito ripetitivo.

Il garzone impara dall’esperienza di chi gli insegna il mestiere e se avrà arte diventerà artigiano: cioè colui che esercita un’attività senza lavorazione in serie, con strumenti di sua proprietà e utilizza mano d’opera poco numerosa.

Prima di dirvi che c’entra tutto questo con le Giornate FAI d’Autunno che presentiamo oggi non posso non rivolgerle, Signor Ministro, il nostro accorato appello perché ulteriori, indispensabili facilitazioni normative e fiscali favoriscano la continuità e il perdurare di migliaia e migliaia di attività spesso familiari e facilitino l’inserimento e la soddisfazione professionale ed economica dei garzoni di bottega; la bottega non solo come sede di un’attività produttiva specifica ma come luogo di approfondimento, scuola di vita, cinghia di trasmissione di saperi che solo un artigiano di lungo corso può riversare su una nuova generazione di professionisti artigiani.

L’inquietante occupazione di spazi lavorativi da parte dell’intelligenza artificiale di cui tanto si scrive e si parla in questo periodo, non potrà mai riguardare la bottega artigiana di un pellaio, di un vasaio, di un liutaio, di un ebanista e via discorrendo; mestieri che, forse, non rischiano il futuro come tanti altri… diamo loro condizioni ottimali per poter proseguire il loro lavoro e garantire così al nostro Paese di continuare a essere leader nel mondo nel campo dell’artigianato.

Veniamo, dunque, al rapporto tra le “Corporazioni di Arti e Mestieri” – dunque imprese artigianali di qualsivoglia natura – il FAI con le sue Giornate d’Autunno e le centinaia di migliaia di italiani che le frequentano.

Da dove traggono, possono trarre, trarranno ispirazione – oltreché della loro propria, personale tradizione – gli artigiani di oggi e del futuro? e, direi quasi soprattutto, da dove potrebbero nascere, se ancora non sono nati, desideri, esigenze, richieste, sogni da parte di uomini e donne che, frequentando, vedendo e conoscendo luoghi e prodotti del passato, (come eccezionalmente consentono per oltre 700 luoghi poco conosciuti o mai aperti le Giornate del FAI) possano e vogliano ispirarsi a essi fino a desiderare per sé qualcosa di simile?

È verosimile che il nostro Patrimonio storico, culturale e naturalistico sia anche fonte per la creazione di bisogni personali, stimolatore di desideri di emulazione repertorio tangibile del gusto e dunque ispiratore di eccellenza oltreché di elevamento culturale?

Noi del FAI abbiamo sempre detto che “si protegge ciò che si ama e si ama ciò che si conosce...”; ma se ci si innamora di qualcosa è più che lecito pensare di possederne anche solo una parte, anche solo qualcosa di simile; così come è auspicabile ispirarvisi per realizzare con la propria creatività e la propria manualità prodotti contemporanei ma nel solco di una tradizione prestigiosa come la nostra.

Il patrimonio storico, artistico, agricolo italiano dunque come suscitatore non solo di conoscenza per tutti ma anche di capacità e di desideri; bacino di ispirazione sia per cittadini italiani e stranieri che vogliano vivere in un mondo – anche domestico – in continuità con lo stile, il livello qualitativo e il gusto identitari del nostro paese, sia per quei protagonisti del “made in Italy” che con la loro creatività e la serietà del loro lavoro assicurano al nostro Paese quella continuità creativa e produttiva identitaria che è uno degli inebrianti profumi che rendono il nostro Paese il più desiderato del mondo.

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