09 giugno 2026
C'è chi lascia un segno con grandi gesti pubblici, e chi lo fa in silenzio, con discrezione e coerenza. Il Professor Giovanni Colturi appartiene alla seconda categoria. Uomo schivo e amante della natura e del bello, ha scelto di lasciare parte del suo patrimonio al FAI.
A raccontarcelo è David Cassoni, suo esecutore testamentario e amico di lunga data.
Il Professor Giovanni Colturi era nato a Tirano provincia di Sondrio il 17 settembre del 1950 da padre ferroviere e madre casalinga. Io non posso raccontare come fosse da ragazzo in quanto, essendo molto più giovane di lui, i miei ricordi di bambino sono quelli di una persona già adulta in quanto avevamo 27 anni di differenza.
Quello che posso raccontare è relativo ai ricordi della mia povera madre che aveva con lui contatti durante la stagione estiva quando per ragioni di prossimità e monticazione le nostre famiglie avevano dei rapporti di vicinato.
La famiglia della madre del professore e di mia madre divideva la proprietà di una baita in Alpe Trivigno località Füsà della rispettivamente la Cà di Merlè (per la parte corrispondente alla proprietà della famiglia del Professore) e la Cà di Andrin (per quella corrispondente a quella della famiglia di mia madre).
Completato l'istituto tecnico per geometri si iscrive ad Architettura a Milano soggiornando alla Casa dello Studente. I suoi racconti sono quelli di un giovane che viveva gli anni Settenta e i suoi movimenti studenteschi con moderata passione seguendo le tendenze culturali ed espressive in maniera ragionata e pragmatica. Durante una cena in montagna nel 2006 mi raccontò che durante il periodo universitario aveva riflettuto lungamente sulle sue prospettive di vita e si era appassionato di economia. Una volta terminati gli studi e assolti gli obblighi del militare aveva iniziato a insegnare topografia all'istituto tecnico dei geometri di Tirano.
Durante le estati si trasferiva in Trivigno con la famiglia. Erano per lui mesi felici in cui si dedicava, allo studio dei testi scolastici e dei quotidiani economici, alle passeggiate e alla sua grande passione sportiva: la bicicletta.
Quando sono diventato adulto anche io, abbiamo passato molto tempo insieme parlando di politica, sport, attualità, economia… sempre con gusto e con garbo, animati da un motto che oggi faccio mio:
"Vivi e lascia vivere".
Mi piace definire il Professor Colturi un amante del bello in tutte le sue forme: di un quadro dipinto con la maestria di un'artista, della forma sinuosa del telaio della sua nuova bicicletta da corsa oppure del sole di luglio che scaldava i prati appena falciati davanti casa. Parlava di tutto e con poche parole definiva un concetto, spesso in maniera tranchant – come dicono i francesi – e chiudeva in questo modo le conversazioni.
Gli ultimi anni, prima dell'improvvisa scomparsa, sono stati sereni, animati dallo spirito di un uomo che ha voluto vivere a modo suo, sempre coerente al suo animo e alle sue passioni.
Mi sembra assolutamente logico e naturale che il gesto sia meritevole di lode. A maggiore ragione per una realtà come il FAI che tanto ha fatto e sta facendo per preservare, proteggere e rendere fruibile al pubblico parte del patrimonio culturale italiano.
Si è fatto molto grazie anche a persone come il Professor Colturi che tanto avevano a cuore il bello e il giusto che ci circonda.
Il suo amore per la natura e la sua formazione accademica credo che abbiano completato il resto.
Rispondere a questa domanda non è facile perché la figura del Professor Colturi mi accompagna ogni giorno: lo ricordo molto bene fin dalla più tenera età e ricordo molto bene anche i suoi genitori durante le felici estati e nei bei momenti trascorsi insieme in montagna.
Quello che mi piacerebbe trasmettere a coloro che mi ascoltano e che leggono questa intervista è il senso delle cose che sono capitate. Io non voglio fare omelia né filosofia sui massimi sistemi, ma rendere pubblico quanto mi è successo e cosa ho fatto mi inorgoglisce come uomo e come amico.
Sapere che questa persona mi aveva scelto per essere il più fedele, rispettoso, competente, assennato e coerente depositario delle sue volontà post mortem mi ha, dapprima, messo di fronte a un'eventualità che vista con gli occhi proiettati nel futuro non è comprensibile. Tuttavia, nel momento che accade il ferale momento ti sovrasta, ti acceca e ti toglie il sonno. Dal principio ne sei ottenebrato forse anche per il dolore della perdita. Successivamente prendi coscienza degli eventi, ti senti orgoglioso e realizzi quanto grande e importante eri per questa persona.
Il Professore non era un parente, ma mi voleva bene perché mi comportavo bene con lui e questo è un grande insegnamento che ho imparato nella vita.
Bisogna volersi bene, volere bene alle persone e bisogna essere contenti. Io a mio modo gli ho voluto bene e da questo bene con piccoli gesti ho ottenuto una grande considerazione. Senza chiedere. Io posso testimoniare che quanto ho detto corrisponde a verità e a un certo punto della vita mi sono trovato a essere custode di un piccolo tesoro e testimone di una persona meritevole. Ho imparato da lui a essere contento e sto insegnando a mio figlio questo principio. Certo non è sempre facile, ma lui aveva questo spirito libero che gli permetteva di passare il tempo scandendo la giornata con rituali semplici, ma autentici, godendo delle cose senza fretta.
Lui mi aveva scelto molti anni fa e non ha mai cambiato opinione mettendo le sue volontà su un testamento olografo dal quale emergeva il suo grande cuore, mettendomi nella condizione di essere il suo esecutore testamentario e quindi di diventare protagonista di questa storia.
Il desiderio di rendere pubblico il suo gesto è mio perché lui era una persona riservata, però ritengo che il messaggio di bontà che ci ha lasciato vada condiviso e reso fruibile al maggiore numero di persone in modo che, se possibile, ci possano essere gesti di generosità come il suo di cui non solo ha beneficiato il FAI, ma anche altri enti.
In pratica quando ho chiesto che il Professore venisse ricordato il FAI mi aveva accennato al recupero di questa struttura in un luogo non distante da casa sua.
Il progetto era già in fase avanzata al momento del passaggio fisico del legato nella disponibilità del fondo, tuttavia avevo piacere che ci fosse qualcosa di significativo proprio in Valtellina, in relazione alla sua figura.
Una persona libera, coerente, sincera che viveva in maniera semplice, frugale, non amava i lussi e sapeva essere vicino alle cose vere della vita. Una persona da cui imparare a rapportarsi con le cose che contano veramente. Poi indubbiamente ci sono i ricordi delle conversazioni e delle ore trascorse insieme parlando di tutto. Gli sarò sempre riconoscente per quello che ha fatto e per avermi permesso di svolgere un compito tanto importante, ovvero quello di essere il suo esecutore testamentario.
Il modo migliore che ho per ringraziarlo è ricordarlo ogni giorno, e fare in modo con gesti come questo che il maggiore numero di persone possa avvicinarsi alla sua figura prendendolo come esempio.
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