CHIESA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE

VARALLO, VERCELLI

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CHIESA DI SANTA MARIA DELLE GRAZIE
Il Santuario della Madonna delle Grazie a Varallo fu fatto costruire, assieme all'annesso convento francescano, da padre Bernardino Caimi tra il 1486 ed il 1493, in contemporanea con l'avvio dei lavori al Sacro Monte.Sulla grande parete divisoria Gaudenzio Ferrari ha dipinto nel 1513 una delle sue opere di maggior valore artistico. Santa Maria delle Grazie, a Varallo, ha l’aspetto della tipica chiesa francescana: semplicissima all’esterno, ricchissima nei suoi interni dove una parete separa la zona ad uso del convento da quella ad uso del pubblico. Una parete che ospita uno dei cicli di affreschi più importanti del più celebre pittore rinascimentale di questo territorio: Gaudenzio Ferrari. Gli affreschi creano un effetto scenico mozzafiato: raccontano in 20 episodi ben contornati la Vita e la Passione di Cristo, per una superficie totale di 10,4 metri x 8. Dall’Annunciazione alla Resurrezione di Cristo, le scene si susseguono con uguale importanza e con una semplice sequenza cronologica, dominate dalla grande e drammatica scena della Crocifissione, che occupa invece più del doppio dello spazio delle altre scene e che rappresenta il culmine del racconto e la concretizzazione della venuta di Cristo in terra. Gli affreschi sono datati 1513 (si vedano i due tondi con scritta autografa Gaudenzius Ferrarius Vallis Siccidae pinxit) e Gaudenzio era già impegnato, in quegli anni, nella realizzazione della prima fase del Sacro Monte. Dalla progettazione delle scene si vede bene l’aggiornamento del pittore sulle grandi novità rinascimentali, tra tutti il superamento dell’impostazione spaziale di Leonardo a Milano, nell’Ultima Cena, ma con la stessa movimentata vivacità dell’episodio. Leonardeschi sono anche i paesaggi rocciosi che fanno spesso da sfondo alle scene o si presentano fuori dagli ambienti, nelle scene d’interno. E’ evidente che Gaudenzio Ferrari fu a Roma ad aggiornarsi: non avrebbe mai potuto rappresentare così fedelmente nel palazzo di Pilato la statua del Laocoonte (scoperta in quegli stessi anni nella Domus Aurea di Nerone) se non l’avesse vista. La scena notturna della Cattura di Cristo è invece una esplicita citazione del pittore Martino Spanzotti che a Ivrea, nella chiesa di San Bernardino, aveva rappresentato l’episodio con gli stessi tratti, preannunciando il gioco di luci e colori di Caravaggio. Curioso è invece l’utilizzo di materiale modellato in modo plastico per ottenere elmi, scudi e altre armi, ma anche aureole, in rilievo. Un utilizzo materico del materiale, una lavorazione plastica che non fa altro che preannunciare il grande lavoro statuario di Gaudenzio al Sacro Monte.
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