«… che la Casa Mia si faccia Monastero di Donne Monache Religiose …». Con queste parole, nel 1592, la nobildonna Isabella De Florio affidava la propria casa alla nascita del monastero di clausura di Santa Chiara, dando origine a uno dei luoghi più preziosi della memoria religiosa, artistica e civile della Manfredonia post- tridentina. La chiesa, consacrata nel 1680 dal cardinale Orsini, presenta un’aula a navata unica coperta da volta a botte lunettata, scandita da archi, lesene e costoloni che ordinano lo spazio liturgico e accolgono, lungo le pareti laterali, gli altari devozionali. Alla semplicità dell’impianto architettonico, propria della sensibilità post-tridentina, fa da contrappunto un patrimonio artistico di grande suggestione: altari lignei dorati e intagliati, cornici barocche, tele devozionali, statue, reliquiari, un pulpito ligneo e la cantoria. Di particolare pregio è l’altare maggiore in legno dorato, vera macchina scenica dell’aula sacra, nel quale l’intaglio, la doratura e la ricchezza compositiva restituiscono ancora oggi il fasto della devozione seicentesca e la raffinatezza delle maestranze che operarono per il monastero. Tra le opere più significative si ricordano la tela di Gesù alla colonna, il Cristo ligneo, la Madonna delle Grazie con santi francescani, la statua di Santa Chiara, la statua di Santa Rita in cartone romano e l’Immacolata in gesso. Si tratta di opere preziose e delicate, capaci di trasformare lo spazio sacro in un teatro della fede, dove arte, luce e materia concorrono alla costruzione di un’esperienza spirituale intensa. Santa Chiara non è soltanto un edificio storico: è un organismo unitario di architettura, arte, devozione e memoria collettiva, che richiede interventi di restauro e conservazione per tornare a essere compreso, visitato e trasmesso alle generazioni future.
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