«L'Italia è troppo bella per abbandonarla: ho scelto il FAI nel mio testamento»

«L'Italia è troppo bella per abbandonarla: ho scelto il FAI nel mio testamento»

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«L'Italia è troppo bella per abbandonarla: ho scelto il FAI nel mio testamento»
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12 maggio 2026

Dall'infanzia e la giovinezza in Versilia alla nuova vita a Strasburgo, Alessandro Giunta ha scelto di sostenere il FAI attraverso il lascito testamentario: «Ciò che abbiamo ci è stato dato in prestito e restituirlo alla bellezza è il senso più alto della nostra esistenza».

Signor Giunta, lei è originario di Viareggio e ha gestito una villa di famiglia aperta all'accoglienza del pubblico. Quanto ha influito questa esperienza nel maturare un senso di responsabilità verso la conservazione del patrimonio culturale italiano?

Sono nato per caso a Viareggio, in quanto all’epoca mia madre abitava a Strasburgo con mio padre, che lavorava alla realizzazione del Carnevale di Strasburgo. Erano gli anni ’60. Mia madre era scesa in Italia per motivi familiari e io nacqui a sette mesi. La mia infanzia si svolse interamente nella prima città balneare d’Italia. Nel periodo estivo andavamo nella grande casa di campagna, sulle colline della Versilia, in una delle frazioni del comune di Camaiore. Mio padre, per passione, ristrutturò il bene di famiglia proveniente dagli antenati di Lucca, da parte di mia madre. Dopo le scuole elementari ci trasferimmo stabilmente nella grande casa di Camaiore, a 190 metri sul livello del mare. Il panorama cambiò decisamente:

al posto della città, potevo ammirare la Versilia, con sullo sfondo il Mar Tirreno e, dalla parte opposta, le Alpi Apuane a proteggerla. Un paesaggio incantevole di cui allora non avevo ancora piena coscienza.

Mio padre partiva ogni giorno di buon’ora per recarsi negli atelier del Carnevale di Viareggio, dove lavorava. Vivevo in un ambiente straordinario, quello della creatività delle maschere e dei carri.

Dopo un periodo pieno di dubbi, mi ritrovai alla Facoltà di Architettura di Firenze. Vivevo realtà diverse, ma tutte mi parlavano della bellezza e della creatività che gli uomini intorno a me esprimevano quotidianamente. In Versilia c’era il contesto creativo del carnevale, mentre a Firenze tutto parlava del Rinascimento. Vivevo immerso in un ambiente magnifico, frutto insieme di “follia” e “razionalità”, circondato da forme diverse di bellezza.

Già allora conoscevo il Fondo per l’Ambiente Italiano grazie alla pubblicità e alla sua presenza in un’Italia ricchissima di tesori. Tuttavia, mi sembrava una realtà rara, quasi da tenere “nel cassetto”.

Per varie vicessitudini la vita mi portò a scelte dure e obbligate: ristrutturai alcuni locali della casa di campagna per realizzare i primi tre appartamenti di una struttura extra-alberghiera, cambiando completamente lavoro. Successivamente, in accordo con i miei genitori, ampliammo la struttura ricettiva. Era una delle prime case-vacanza del suo genere in Versilia. L’investimento permise la realizzazione di una piscina con vista mare, circondata da ulivi, e di sette grandi appartamenti in stile toscano con finiture di alto livello. Grazie a questa svolta, mi ritrovai a lavorare a livello internazionale: i turisti arrivavano da tutto il mondo e le escursioni spaziavano dalle Cinque Terre a Firenze, dalle cave di marmo alla Lucchesia.

Tuttavia, sempre a causa delle tensioni familiari, fui costretto prima a vendere l’appartamento in centro a Firenze e poi l’intera casa sulle colline versiliesi. In un colpo solo lasciai casa, lavoro e amici. Nei primi giorni di gennaio 2006 mi ritrovai a Strasburgo: una rinascita totale, una seconda fase della vita che iniziava da zero.

Avevo già conosciuto Strasburgo nel 1988, in occasione dei festeggiamenti per il bimillenario di Argentoratum. Diciotto anni dopo, nel 2006, tornai in quella città, messo alla prova dagli attaccamenti e dalle poche certezze rimaste. Iniziai a frequentare l’Università Popolare Europea di Strasburgo per imparare il francese. Divenni ufficialmente un cittadino italiano residente all’estero, iscritto all’AIRE. Non furono pochi gli sforzi per reinventarmi: tra le varie esperienze, iniziai a insegnare italiano in un’università popolare. Da un corso iniziale, in pochi anni arrivai ad animare diversi corsi, anche privati. La mattina lavoravo per la collettività territoriale, mentre il pomeriggio insegnavo. Con il tempo approfondii sempre più la lingua italiana, anche attraverso libri di editoria fiorentina dedicati alla storia dell’arte e alla cucina. Fu allora che compresi pienamente il valore del patrimonio culturale italiano.

Ma la vera svolta arrivò quando visitai il Negozio Olivetti in Piazza San Marco a Venezia, curati dal FAI, durante un viaggio dedicato a Canova dopo aver visto la casa natale e la Gipsoteca. Fu una rivelazione: percepii una cura autentica, una forma di amore.

In quel momento capii che il FAI rappresentava un baluardo nella tutela del patrimonio storico-artistico italiano, grazie all’impegno di tanti cittadini, ciascuno secondo le proprie capacità e possibilità. Fu allora che decisi di approfondire questo straordinario capitolo chiamato Fondo per l’Ambiente Italiano.

Il Negozio Olivetti a Venezia

testamento
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Da molti anni osserva da lontano la Fondazione con attenzione: cosa la spinge a continuare a seguire le attività del FAI?

Quando si è cittadini italiani residenti all’estero, si ha l’impressione che, da Como Brogeda fino a Lampedusa, non ci siano differenze: siamo in Italia, punto.

Certo, ogni territorio è diverso, con le sue belle caratteristiche, storiche, regionali e culturali, geografiche e sociali. Dall’estero, diciamola tutta, è un’unità preziosissima e fragile, fatta di differenze incredibili.

Il patrimonio del Pianeta è prezioso e inestimabile, ancora di più nel caso dell’Italia, che possiede una quantità straordinaria di siti UNESCO. Se non ricordo male, più del 40% del patrimonio artistico mondiale è situato in Italia.

Questo patrimonio di inestimabile pregio, che spesso il mondo ci invidia, purtroppo non lo trattiamo bene, per diverse ragioni, malgrado quello che la Costituzione ci indica nel tutelare il patrimonio.

Il FAI è un punto di riferimento fondamentale per questo lavoro svolto con amore, nell’unione tra generazioni e cittadini. I giovani, che offrono il loro entusiasmo durante le Giornate del FAI, sono una speranza nel grigio panorama di questi tempi di guerre nel mondo; altri li accompagnano e li formano. Altri ancora lavorano a livelli più avanzati, ma tutti insieme per la stessa causa: la bellezza.

Dal suo osservatorio europeo, quale ruolo ritiene che il FAI possa svolgere nel tenere vivo il legame degli italiani all'estero con la bellezza e l'identità del proprio Paese?

Vivendo in questa zona, non abbandono i miei viaggi per visitare musei e luoghi d’Italia, ma ho la possibilità di spostarmi spesso nella capitale parigina, in Svizzera, in Germania, in Lussemburgo e in Belgio. La possibilità di spostarsi nel cuore europeo mi permette di respirare, di tessere molti contatti e una nuova aria vitale si manifesta.

Ogni estate ho la grande opportunità di recarmi nella valle dei sette castelli del Lussemburgo dove, insieme a molte altre persone provenienti da tutta Europa, collaboriamo alla realizzazione della Festa del Castello di Ansembourg. Ormai da più di vent’anni incontro persone provenienti da confessioni religiose diverse, culture, lingue e opinioni differenti.

A settembre posso lavorare per le Giornate del Patrimonio lussemburghese: una piccolissima esperienza, ma che mi ha permesso di riflettere sulla parola chiave contenuta nella manifestazione, il patrimonio storico-culturale.

L’Europa non è solo un’entità politica dell’euro o dei capitali, ma soprattutto vita, cultura e condivisione tra i popoli che la compongono.

Vivendo e lavorando all’estero, penso a tutte le italiane e gli italiani di prima e seconda generazione che vivono in qualche parte d’Europa (e del mondo). Ho preso coscienza di quanto siano preziose le origini italiane. Ci sono anche persone che non conoscono neppure più la lingua italiana, ma che si sentono italiane perché il loro cognome è italiano.

Insomma, attraverso la rete degli Istituti Italiani di Cultura, il Fondo per l’Ambiente Italiano potrebbe ristabilire collegamenti straordinari e costruire una rete di importanza capitale.
Il FAI potenzialmente ha una grande opportunità in quanto ambasciatore dell’identità italiana nel mondo. L’Italia, specialmente negli ultimi tempi, è diventata preda di acquisti da parte di grossi gruppi internazionali. Non si contano le firme e i marchi passati oltralpe. Tutto questo dovrebbe invitarci a una grande riflessione. Dove è finita la creatività italiana?

Abbiamo il patrimonio, i magnifici borghi medievali, le città storiche e i tesori artistici che tutto il mondo apprezza. Questa bellezza onnipresente richiede cura e amore, armonia e umiltà.

Dal cuore dell’Europa si avverte la necessità (l’urgenza) di azioni politiche di alto livello che l’Italia deve avere il coraggio di intraprendere.

Se da un lato è fondamentale la salvaguardia dell’immenso patrimonio storico, paesaggistico e artistico, dall’altro è urgente implementare la ricerca, le arti, la comunicazione e tutte le nuove tecnologie, dall’intelligenza artificiale al mondo quantistico, ma in una prospettiva visionaria, rappresentata da nuove piste etiche in cui la centralità del “bello”, della “bellezza” e dell’armonia sia necessaria.

“La bellezza salverà il mondo”, proclamiamo spesso con decisione. C’è una magnifica lectio magistralis del cardinale Gianfranco Ravasi che si intitola proprio così, una riflessione articolata intorno a quattro nuclei:

- la bellezza è necessaria all’uomo per non cadere nella disperazione;
- è luogo di opposti e spazio di speranza;
- richiede responsabilità, ascolto e cura, perché la bellezza autentica è anche etica e relazionale;
- se custodita, può davvero contribuire a salvare il mondo, trasformando il cuore dell’uomo e della società.

Il FAI in Italia cura luoghi speciali per le generazioni attuali e future, promuove l’educazione, l’amore, la conoscenza e il godimento per l’ambiente, il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione, e veglia sulla tutela dei beni paesaggistici e culturali nello spirito dell’articolo 9 (Principi fondamentali) della Carta costituzionale.

Ogni cittadino, secondo la mia attuale comprensione, è responsabile della bellezza del nostro tempo, espressa in forme diversissime, così come di quella ereditata dal passato. Ecco perché, per me, è così importante impegnarmi per il Fondo per l’Ambiente Italiano

Un amore profondo per l'Italia e per la sua cultura ha guidato molte delle sue scelte nel corso degli anni. Come ha deciso di dare forma concreta a questa passione, affinché possa continuare a sostenere la missione del FAI nel tempo?

Intraprendere attività per promuovere il patrimonio e l’identità della mia origine, l’Italia. Contattare gli Istituti Italiani di Cultura per diffondere il FAI all’estero. A Strasburgo c’è una sede, oltre a quella di Parigi e in altre città francesi. Contribuire in qualche modo, anche economicamente, per sostenere le attività del Fondo per l’Ambiente, prossimamente.

Dal punto di vista strettamente personale, ho deciso di optare per un lascito testamentario a favore del Fondo per l’Ambiente Italiano, quando arriverà il momento della mia partenza dal pianeta.

Più esattamente, parlo del rapporto nascita/morte, che mi ha accompagnato da sempre sotto molteplici e interessanti aspetti.

In genere ci si approccia alla morte in un senso piuttosto delicato, plumbeo, poiché significa la fine di tutte le attività intellettuali e fisiche. Attualmente la scienza ci dice che la morte sopraggiunge quando si verifica la cessazione di tre attività del corpo umano: la respirazione, l’attività cerebrale (con elettroencefalogramma piatto) e infine l’assenza di attività cardiaca (elettrocardiogramma piatto).

La vita mi ha portato a lavorare al Carnevale, come già ho scritto. Esso rappresenta i grandi festeggiamenti legati alla ciclicità della vita: morte e rinascita. La «bauta» veneziana, maschera tipica, era indossata da chiunque, nascondendo la vera identità della persona. In quel momento stesso, il personaggio nasceva ed era infinitamente più libero di agire. La maschera permetteva anche di mangiare e bere, e la sua particolare forma consentiva di alterare la voce.

In natura, il seme muore per dar vita alla pianta. Nelle culture arcaiche si ritrovano spesso esempi simili. La morte fa parte della vita e la vita della morte. Ogni cosa dell’universo si trasforma e non si distrugge. Quindi perché la paura della morte? E un’altra domanda ne consegue: perché viviamo? Qual è il fine ultimo della nostra esistenza su questo fragile pianeta che la creazione ha reso possibile?

Nella piramide di Abraham Maslow, nota anche come scala dei bisogni umani o piramide della motivazione (1954), esistono vari livelli: dai bisogni fondamentali come il respiro, l’alimentazione, il sesso e il sonno, fino al livello più alto rappresentato dalla moralità creativa e dalla spiritualità.

Ogni essere, ogni cultura e ogni paese si colloca, in livelli evolutivi ben precisi: livelli “vibratori”. In futuro la ricerca scentifica riuscirà a comprendere un livello altissimo che chiamo scienza superiore. Potremmo allora stabilire ponti tra le scienze e le religioni, poiché tutto ha la stessa origine, così come tutte le religioni condividono un’origine comune, siano esse monoteiste, politeiste o panteiste. Grazie ai progressi delle applicazioni scentifiche, recenti studi che hanno portato l’essere umano a riconoscere l’esistenza del bosone di Higgs. Ogni giorno le scoperte si susseguono e, sicuramente arriveremo a comprendere livelli altissimi, come livelli spirituali.

Queste considerazioni mi permettono di concludere dicendo che anche il nostro corpo fisico, il nostro pensiero più profondo, quella scintilla primigenia che dà volontà, sono in prestito all’interno di una rete universale.

Ogni cosa che abbiamo e facciamo influisce sul piano personale e collettivo. Ciò che ho e ciò che sono mi è stato dato in prestito per un’evoluzione personale, non cessa con la morte fisica, ma continua su piani vibratori ulteriori.

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