06 maggio 2026
«"Hybrids" articola la propria narrazione a partire da un composto che non aspira alla purezza, ma nasce dall’incontro – a volte armonico, a volte inquietante – tra entità distinte, dove ogni forma conserva la propria memoria e al tempo stesso diventa altro», Leandro Erlich
La mostra, realizzata in collaborazione con il FAI e con il supporto di Galleria Continua, presenta dal 9 maggio al 22 novembre 2026 circa venti sculture di Leandro Erlich, alcune delle quali inedite, che danno forma a organismi impossibili, eppure sorprendentemente familiari: farfalle con ali-orecchie, cavoli che diventano architetture, coralli che assumono la fisionomia di metropoli, alberi che terminano in piedi umani.
Ibridi che suggeriscono che l’arte non sia un ornamento del mondo, ma una forza che ne continua la creazione, operando allo stesso livello dei processi evolutivi e geochimici che hanno modellato il pianeta.
Il progetto si inserisce nel programma Arte all’Arte per le Città del Futuro ideato da Mario Cristiani e realizzato da Associazione Arte Continua, che mira a produrre nuovi legami fra arte, architettura e paesaggio, restituendo all’arte un ruolo centrale nella costruzione delle città.
In questa prospettiva, "Hybrids" si configura come un dispositivo poetico capace di attivare una riflessione sul modo in cui le forme artistiche possono incidere sull’immaginario urbano e sulla percezione degli spazi condivisi.
Nello stesso solco, la scelta del Negozio Olivetti – attentamente gestito, tutelato e valorizzato dal FAI dal 2011 – come teatro dell’esposizione appare del tutto naturale. Nel potere dell’arte di trasformare società e ambiente credeva infatti anche Adriano Olivetti: nella sua impresa, guidata da un pensiero umanistico e da uno slancio educativo, i prodotti stessi erano ibridi concepiti per offrire eccellenza tecnologica, ma anche un’esperienza estetica, un contenuto culturale e perfino un messaggio etico. L’arte era strutturale nella strategia e nell’immagine dell’azienda, e così era nei Negozi Olivetti, come questo di Venezia: spazi ibridi, pensati più che per vendere un prodotto, per trasmettere un concetto (primi concept store), e dove l’arte era onnipresente; una vocazione che il FAI conserva e valorizza accogliendo progetti d’arte come questo, che suscitano un originale dialogo con la storia e lo spirito di questo luogo.
Tra le opere in mostra, al piano terra, Papillon (2021), in bronzo, presenta una farfalla le cui ali assumono la forma di orecchie, suggerendo una riflessione sulla comunicazione come fenomeno biologico prima ancora che tecnologico. In Caracol – The pace of evolution (2021), scolpita in marmo bianco di Carrara, un cervello si trasforma in lumaca: l’evoluzione è evocata come processo lento, stratificato, non lineare.
Chou (2023), in ceramica, fonde un elemento vegetale con una struttura architettonica, interrogando il rapporto tra natura, agricoltura e abitare. White Coral (2025), in resina, stabilisce un parallelismo tra crescita corallina e morfologia urbana, mettendo in relazione processi geologici e costruzione metropolitana.
Serpent (2021), in bronzo, introduce una torsione formale che richiama l’idea di metamorfosi continua, mentre Quartz (2023), in vetro, allude alla dimensione minerale e temporale della materia, rendendo visibile la crescita cristallina come forma di architettura naturale. In Pies Tronco (2021), un tronco d’albero termina in piedi umani calzati, generando un cortocircuito tra organismo vegetale e presenza antropomorfa. Draft – Bozza (2026), in resina e sabbia, riflette sullo stato intermedio tra idea e forma compiuta, enfatizzando la dimensione processuale della scultura.
Il percorso prosegue con opere che ampliano la riflessione sulla relazione tra natura e artificio. The Cloud – Bell (2024), realizzata in vetro extra chiaro con stampa digitale su ceramica e teca in legno wengé, combina leggerezza atmosferica e dispositivo espositivo, trasformando la nuvola in oggetto architettonico.
Concrete Coral (2025) mette in tensione materiale industriale e forma organica, mentre Maison Fond (2022), in marmo di Carrara, suggerisce l’idea di un’architettura che si scioglie o si trasforma, dissolvendo la stabilità dell’abitare. Pulled by the Roots (2015) rende visibile uno sradicamento che è al tempo stesso fisico e concettuale.
Con Pixel Tree (2026), in bronzo, l’albero si frammenta in unità digitali, evocando l’intersezione tra natura e linguaggio tecnologico. La Carte (2026), in acciaio, resina e luce, introduce una dimensione cartografica e luminosa, suggerendo una geografia instabile e trasformabile.
Completano il progetto Soprattutto (2020), grande opera tessile in lana che amplia la ricerca dell’artista nel campo della superficie e della trama, e una serie di fotografie che estendono l’indagine sulle ibridazioni tra spazio, percezione e costruzione della realtà.
Come sottolinea il testo di Emanuele Coccia, l’arte agisce sull’essenza delle cose mescolando identità diverse e permettendo a ogni forma di abitare l’altra in modo aperto e sensibile.
Il mondo che emerge dai lavori di Erlich è un ecosistema in continuo aggiustamento e riadattamento, in cui l’ironia e il gioco tra natura, cultura, architettura e corpo si fondono in un’unica dinamica. Le sculture presenti nel progetto, Hybrids, visualizzano così una metamorfosi intima e spirituale: la “fisiologia nascosta” che accompagna ogni autentico atto di un artista.
Leandro Erlich è nato in Argentina nel 1973 e vive e lavora tra Parigi, Buenos Aires e Montevideo. Negli ultimi due decenni, le sue opere sono state esposte a livello internazionale ed entrano a far parte delle collezioni permanenti di prestigiosi musei e collezioni private, tra cui il Museo de Arte Moderno de Buenos Aires; The Museum of Fine Arts di Houston; la Tate Modern di Londra; il Musée National d'Art Moderne–Centre Georges Pompidou di Parigi; il 21st Century Museum of Contemporary Art di Kanazawa, Giappone; il MACRO di Roma; e l’Israel Museum, oltre ad altre istituzioni culturalmente significative. Erlich ha realizzato importanti opere pubbliche, tra cui La Democracia del Símbolo all’Obelisco di Buenos Aires e al MALBA e Maison Fond, creata per la Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici a Parigi. La sua monumentale opera La Carte, À l’ombrede la ville fa oggi parte permanente del paesaggio urbano di Bordeaux, in Francia. Negli ultimi anni ha realizzato mostre personali in importanti istituzioni internazionali, tra cui il Mori Art Museum di Tokyo, Palazzo Reale a Milano, Kunstmuseum di Wolfsburg, CAFA Art Museum di Pechino, MALBA di Buenos Aires, CCBB in diverse città del Brasile e PAMM di Miami, registrando in diverse occasioni un’affluenza da record.
Come artista concettuale, il suo lavoro mette in discussione le basi della nostra percezione della realtà ed esplora la capacità dell’arte di sollevare interrogativi attraverso un linguaggio visivo. Le sue creazioni mirano a colmare la distanza tra lo spazio museale o espositivo e le esperienze quotidiane, invitando lo spettatore a partecipare attivamente alla costruzione del significato.
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