Estate 2026: undici Luoghi del Cuore da scoprire o riscoprire

Estate 2026: undici Luoghi del Cuore da scoprire o riscoprire

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Estate 2026: undici Luoghi del Cuore da scoprire o riscoprire
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25 giugno 2026

Per l’estate 2026 abbiamo selezionato undici Luoghi del Cuore da scoprire o riscoprire, pensati come spunti per costruire itinerari diversi da nord a sud Italia: borghi, paesaggi e luoghi ricchi di arte, storia e natura che raccontano storie profonde e sorprendenti.

Hai già scelto la destinazione delle tue vacanze per l’estate 2026? Mare, montagna, borghi, sentieri, arte o natura: spesso cerchiamo lontano esperienze che in Italia sono a portata di viaggio, anche nei luoghi meno attesi.

Il nostro Paese è un museo diffuso, fatto non solo di grandi città d’arte e mete celebri, ma anche di paesaggi, comunità, tradizioni e patrimoni meno conosciuti, che raccontano storie profonde e sorprendenti.

Borghi da scoprire

Vialetti del Borgo Walser di San Gottardo di Rimella, Rimella (VC) – Piemonte

Tra i versanti del Monte Rosa e il Parco Naturale Alta Valsesia, Rimella conserva una delle testimonianze più antiche e vive della cultura Walser in Valsesia. Le architetture, il dialetto titschu e le frazioni disseminate lungo la valle raccontano ancora oggi la storia di una comunità di origine alemanna insediatasi qui tra il 1100 e il 1300. La più antica è San Gottardo – A Runt, in walser – un borgo raggiungibile solo attraverso un camminamento in pietra costruito nei secoli dalla comunità. Nel 2006 quel sentiero, unica via di accesso anche agli alpeggi ancora attivi, rischiava di andare perduto: fatto di terra e sassi, era molto sconnesso e nei mesi invernali diventava impraticabile, rendendo il borgo non raggiungibile per lunghi periodi. Il suo recupero, sostenuto da I Luoghi del Cuore, ha contribuito a mantenere accessibile un borgo ancora abitato e gli alpeggi da cui dipendono attività, tradizioni e saperi radicati nel territorio della valle.

Bellissimi, Dolcedo (IM) – Liguria

Percorrendo la strada che sale verso il Monte Faudo, tra le colline della Val Prino, a ridosso del crinale che collega la montagna al mare, si giunge a Bellissimi, piccola frazione di Dolcedo nell'entroterra imperiese, conosciuta come "u paise di balui", il paese delle mongolfiere di carta. La tradizione ha radici leggendarie: si racconta che, nel 1790, a giugno, Jacques Étienne de Montgolfier, fuggendo dai moti rivoluzionari francesi, si fermò proprio in questo borgo a fantasticare di voli aerostatici. Ogni prima domenica di settembre, in occasione della festa della Madonna della Misericordia, il cielo del borgo si riempie di coloratissime mongolfiere di carta mentre, sui muri delle case, i murales del progetto Balui in Arte raccontano per immagini la storia di Montgolfier e della loro antica tradizione. Grazie a I Luoghi del Cuore sono stati realizzati un laboratorio dedicato alla storia e alla costruzione delle mongolfiere e una mappa del borgo, che guida i visitatori alla scoperta dei murales e dei sentieri verso i paesi vicini.

Antica Monterano, Canale Monterano (RM) – Lazio

Su un altopiano di rocce tufacee, tra le gole dei Monti della Tolfa e i Monti Sabatini, il borgo fantasma di Monterano, noto anche come Antica Monterano, conserva tracce di epoche diverse: origini etrusche, dominazioni romane e longobarde, e un periodo di grande splendore barocco sotto gli Altieri, quando Papa Clemente X commissionò a un giovane Bernini alcune delle opere che ancora ne segnano il paesaggio: il palazzo baronale, la fontana con il leone, il convento di San Bonaventura. Successivamente, complici le epidemie e il saccheggio delle truppe napoleoniche del 1799, i superstiti abbandonarono il borgo per trasferirsi nel vicino Canale Monterano.
Il borgo fa parte della Riserva Naturale Regionale Monterano, istituita nel 1988, che protegge boschi collinari, canyon vulcanici e pascoli attraversati dal fiume Mignone.
Il fascino silenzioso della Monterano antica ha attratto registi come William Wyler, Monicelli e Pasolini: qui sono stati girati Ben-Hur, Il Marchese del Grillo e Brancaleone alle Crociate. Nel 2016 la comunità di Canale Monterano ha partecipato al censimento I Luoghi del Cuore riuscendo a ottenere un intervento per proteggere i manufatti e rendere il sito più accessibile.

Tra arte, devozione e paesaggio

Convento di San Nicola - S. Maria della Consolazione, Almenno San Salvatore (BG) – Lombardia

Sulla collina dell'Umbriana, tra i vigneti che caratterizzano il paesaggio agricolo della bergamasca, il convento di Santa Maria della Consolazione nacque grazie a un voto collettivo fatto dagli abitanti di Almenno: quando la peste si abbatté su Almenno San Salvatore nel 1483, promisero una cappella se l’epidemia fosse cessata. La cappella divenne una chiesa, la chiesa un complesso conventuale agostiniano edificato tra il 1488 e il 1518, e nel corso del Seicento la devozione a San Nicola da Tolentino si fece così radicata da dare al luogo il nome con cui è ancora oggi conosciuto.
All’interno, il soffitto è decorato con oltre millecinquecento formelle in terracotta dipinta, oggetto di recente restauro, mentre le cappelle laterali conservano stucchi, affreschi e dipinti commissionati dalle famiglie più influenti del territorio. L'organo realizzato dai maestri Antegnati nel 1588 figura tra i rarissimi esemplari rinascimentali giunti fino a noi nella struttura originaria ed è tornato all'uso musicale dopo un restauro che ne ha rispettato la meccanica e la sonorità originali.
Soppresso dalla Repubblica di Venezia nel 1772, il complesso attraversò un lungo declino prima di tornare a nuova vita. Oggi ospita anche un’azienda vinicola e un ristorante, mantenendo vivo il legame tra architettura, paesaggio e territorio che lo distingue sin dalle origini.

Eremo di Santa Rosalia alla Quisquina - Monte Quisquina (AG) – Sicilia

«Il bosco che c'era tra Santo Stefano e Cammarata, a quasi mille metri d'altizza, era un tempo accussì selvaggio et aspro e forte che la luce del sole non ce la faciva a passare attraverso il fitto del fogliame e chi ci si avventurava non arrinisciva più a distinguere se era jorno o se era notte. I primi arabi conquistatori lo chiamarono koschin, che veni a dire loco oscuro. Po', a picca a picca, il nome si cangiò in Quisquina», Andrea Camilleri, "Le pecore e il pastore", 2007

In cerca di protezione, in quella stessa oscurità, nel 1150, si rifugiò Rosalia Sinibaldi, giovane nobildonna palermitana che aveva rifiutato un matrimonio combinato per vivere da eremita in una grotta della Serra Quisquina. Vi rimase dodici anni, e proprio lì sulle pareti d'ingresso un’epigrafe ancora leggibile testimonia il suo passaggio. Quando la grotta fu riscoperta nel 1624, attorno a quell'iscrizione cominciò a crescere il complesso dell’eremo: una chiesa, un monastero su più livelli, una congregazione che arrivò a ospitare fino a un centinaio di frati. L'eremo è anche uno dei due poli dell'Itinerarium Rosaliae, un cammino di 180 chilometri che attraverso trazzere e sentieri collega la Serra Quisquina al Santuario di Monte Pellegrino a Palermo, dove Santa Rosalia trascorse gli ultimi anni della sua vita.

Santuario Santa Maria delle Grazie al Calcinaio, Cortona (AR) – Toscana

Poco fuori dalle mura di Cortona, su un terreno scosceso attraversato da un ruscello, sorge il Santuario di Santa Maria delle Grazie al Calcinaio, straordinario esempio di architettura rinascimentale. Un tempo, quell’area era il luogo di lavoro dell’Arte dei Calzolari, dotata di vasche con calce viva per la concia del cuoio, da cui il nome Calcinaio. Su una di quelle vasche era dipinta un’immagine della Madonna col Bambino che, il Venerdì Santo del 1484, cominciò a operare miracoli. La devozione crebbe rapidamente, e i Calzolari decisero di erigere un luogo di culto, affidando il progetto all’architetto senese Francesco di Giorgio Martini. I lavori iniziarono nel 1485, dando forma a un edificio fondato su proporzione, equilibrio e nitidezza delle linee: navata unica, cupola ottagonale, superfici scandite da modanature in pietra serena.
L’immagine della Madonna è ancora sull’altare maggiore, nel punto in cui si trovava l’antica vasca: un segno che tiene insieme, ancora oggi, devozione popolare, mestiere artigiano e paesaggio.

Storie a cielo aperto

Parco Archeologico Regionale di Suasa, Castelleone di Suasa (AN) – Marche

Nella valle del Cesano, tra le colline dell'entroterra marchigiano, Suasa fu per secoli una città di pianura. Risalente al III secolo a.C. e collocata lungo una via di collegamento tra la costa adriatica e gli Appennini, raggiunse il periodo di massima prosperità nei primi secoli dell’Impero. Quando la valle divenne difficile da abitare, la città fu progressivamente abbandonata e rimase nascosta per secoli sotto i campi. Le ricerche avviate nel 1988 dall'Università di Bologna hanno fatto riemergere i resti più significativi dell'antica città di Suasa: la strada basolata, il foro, l'anfiteatro e la Domus dei Coiedii, abitazione di una famiglia senatoria che occupava un intero isolato della città, con oltre tremila metri quadrati di ambienti decorati da mosaici e pitture parietali. È attraverso questi elementi che Suasa riemerge, rivelando i segni di un'antica vita urbana con i suoi spazi pubblici, le sue case e le sue strade. Non appare più come una rovina isolata: la strada, i mosaici, l'anfiteatro e gli spazi del foro restituiscono insieme la forma di un luogo che il paesaggio ha custodito a lungo, e che oggi torna a essere percorribile.

Museo a cielo aperto "Maria Lai", Ulassai (NU) – Sardegna

«Lasciai a ciascuno la scelta di come legarsi al proprio vicino. E così dove non c'era amicizia il nastro passava teso e dritto nel rispetto delle parti, dove l'amicizia c'era invece si faceva un nodo simbolico. Dove c'era un legame d'amore veniva fatto un fiocco e al nastro legati anche dei pani tipici detti su pani pintau», Maria Lai

A partire dall’8 settembre 1981, per tre giorni, un nastro azzurro lungo 27 chilometri fu tagliato, distribuito e poi legato tra porte, finestre e terrazze delle case di Ulassai, fino a raggiungere il Monte Gedili, la montagna più alta sopra il paese. L'operazione si chiamava Legarsi alla montagna ed era stata ideata dall’artista Maria Lai, classe 1919, che aveva tratto ispirazione da una leggenda locale: nel 1861, quando un costone della montagna crollò su un'abitazione, una bambina si salvò tenendo in mano un nastro celeste. Quella storia, tramandata di generazione in generazione, diventò il filo conduttore, letterale e simbolico, di un'opera in cui ogni abitante scelse come legarsi al proprio vicino. Giudicata una festa folcloristica, solo parecchi anni dopo la critica riconobbe in Legarsi alla montagna la prima operazione italiana di Arte Relazionale: un'opera in cui il pubblico non assiste, ma costruisce. Da allora, Ulassai ha continuato ad accogliere interventi di Maria Lai e di altri artisti, disseminati tra strade, muri e paesaggio, fino a diventare essa stessa parte dell’opera: un paese in cui l’arte non è esposta, ma abitata.

Tra acqua, pietra e paesaggio

Antica Salina, Camillone, Cervia – Emilia-Romagna

Nel 1959, quando la raccolta del sale venne industrializzata e le 144 salinette di Cervia furono accorpate in grandi vasche meccanizzate, rimase attiva solo la salina Camillone, indicata con il numero 89. Da allora continua a essere lavorata artigianalmente, con gli stessi attrezzi in legno di sempre – il gavaro, la paniera, il carriolo – da un gruppo di salinari volontari che raccolgono il sale ogni giorno da giugno a settembre, ruotando tra i cinque settori del bacino secondo l’antico metodo “alla cervese”, unico in Italia. È questa cadenza quotidiana a produrre il sale dolce di Cervia, raccolto prima che si depositino i sali amari. Dal 2004 è presidio Slow Food.

La Camillone è oggi parte del MUSA, il Museo del Sale di Cervia, ed è inclusa nel Parco Regionale del Delta del Po grazie alla varietà di flora e fauna favorita dal particolare habitat della salina. Tra vasche e argini convivono fenicotteri, avocette, cavalieri d’Italia e salicornia.

Da giugno a settembre si può assistere alla raccolta o partecipare a “Salinaro per un giorno”, lavorando fianco a fianco con i volontari. Il paesaggio della salina cambia con il susseguirsi dei diversi momenti della giornata: al tramonto, quando la luce si riflette sui bacini, o di notte, quando il silenzio degli argini accompagna l’osservazione del cielo. Questo ciclo di attività e trasformazioni culmina a inizio settembre, durante l’Armesa de sel, quando il sale viene caricato sulle burchielle, imbarcazioni a fondo piatto usate nelle lagune poco profonde, e portato in città come un tempo: un gesto che chiude la stagione e rinnova il legame tra Cervia e la sua salina.

Ponte Acquedotto Gravina di Puglia (BA) – Puglia

Gravina è costruita sul bordo di una valle scavata dall’erosione del torrente nelle rocce calcaree delle Murge. Un ponte-viadotto in pietra calcarea locale congiunge i due versanti: da un lato il centro storico, dall’altro la chiesa rupestre della Madonna della Stella, luogo di culto precristiano scavato nella roccia.

Il ponte esisteva già nel 1686, quando un terremoto lo rese instabile, e crollò definitivamente nel 1722. Gli Orsini, signori del feudo, ne ordinarono la ricostruzione, trasformandolo anche in acquedotto: un sistema di archi e canalizzazioni portava l’acqua di due sorgenti fino alle fontane ai lati opposti del ponte, ancora oggi visibili.

Con i suoi 37 metri di altezza e 90 di lunghezza, sospeso sulla gravina, il ponte ha attirato racconti e sguardi molto diversi: dal Pinocchio di Matteo Garrone a James Bond, che si lancia dal ponte in No Time to Die, fino a The Saints, la docuserie di Martin Scorsese.

Attraversarlo oggi significa passare dalla città costruita sul ciglio della gravina al paesaggio rupestre che la fronteggia: chiese scavate nella roccia, percorsi nella valle, tracce degli antichi sistemi di approvvigionamento idrico e il profilo dell’Alta Murgia sullo sfondo. Il ponte continua a fare quello che ha sempre fatto: unire le due sponde, ma anche tenere insieme la città, la sua storia e il paesaggio che la circonda.

Emissario di Claudio/Torlonia Capistrello, L'Aquila – Abruzzo

Dove oggi si estende la piana agricola del Fucino, per secoli ci fu un lago senza deflusso naturale: le sue acque crescevano e arretravano, inondando periodicamente campi e centri abitati della Marsica. Nel I secolo d.C. l'imperatore Claudio fece progettare una galleria sotterranea di quasi sei chilometri per convogliare le acque verso il fiume Liri. Con il declino dell'Impero, la galleria si ostruì riempiendosi di fango e detriti, e solo nell'Ottocento Alessandro Torlonia riprese quel tracciato e portò al prosciugamento definitivo del lago.
A Capistrello, dal borgo antico scende un sentiero ad anello che conduce fino al punto in cui l'emissario sfocia nel fiume Liri. Il percorso attraversa un paesaggio raccolto e poco conosciuto, tra l'arco romano, la Madonnina dipinta sulla roccia, la grotta delle Concarelle, i ruderi degli antichi mulini e i resti della centrale Torlonia. Passo dopo passo, il cammino restituisce il rapporto tra acqua, roccia, lavoro umano e territorio.

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