14 settembre 2026
12° Censimento, 2024 – 47.012, 3° posto nella classifica nazionale
Affacciata sul Golfo dei Poeti, all’estremità sud-ovest del borgo di Tellaro, la cinquecentesca Chiesa di San Giorgio sembra quasi dare forma ai versi con cui Vincenzo Cardarelli descriveva le chiese liguri, “come navi disposte ad essere varate”. Costruita inglobando una precedente struttura militare del XIII secolo, nei secoli è stata non solo luogo di culto, ma anche di difesa. Alla chiesa è legata, inoltre, la celebre leggenda del “polpo campanaro”: nel luglio del 1660, mentre i pirati saraceni si avvicinavano alla costa, un polpo sarebbe risalito dal mare fino alla torre e avrebbe fatto suonare le campane, allertando gli abitanti, che riuscirono così a respingere l’attacco.
A settembre 2026 il recupero della chiesa prosegue con un nuovo intervento sulle volte e sulle pareti interne, nato anche dalla mobilitazione del Comitato “Insieme per Tellaro”: una rete partita dalla piccola comunità del borgo e cresciuta fino a coinvolgere parrocchie, scuole, associazioni e cittadini residenti anche all’estero, ben oltre i confini della Liguria.
12° Censimento, 2024 – 4.844, 111° posto nella classifica nazionale
A Gubbio, alle pendici del Monte Ingino, c’è un parco che nell’Ottocento portò in città un modo nuovo di immaginare il verde: quello del giardino all’inglese. Voluto dal marchese Francesco Ranghiasci Brancaleoni, deve molto anche alla moglie Matilde Hobhouse, che volle richiamare nel nuovo giardino la tradizione paesaggistica della sua terra d’origine. La passeggiata fu così arricchita da architetture neoclassiche – il Tempietto, il Villino e la Scuderia – inserite nel verde accanto a tracce molto più antiche, come la torre medievale, unica testimonianza superstite dell'antico complesso di San Luca. I viali guidano lo sguardo e, tra gli alberi, lasciano apparire di volta in volta le torri e gli edifici della Gubbio medievale.
Il progetto oggi avviato lavora proprio su questo equilibrio tra vegetazione e architetture: si interverrà sugli alberi e sulla vegetazione storica del parco, nuovi ippocastani torneranno lungo il viale a loro dedicato e sarà recuperata la copertura dell’ex Scuderia, destinata a ospitare un laboratorio didattico botanico. Un primo intervento su uno dei parchi più amati e vissuti dagli eugubini.
12° Censimento, 2024 – 6.418, 77° posto nella classifica nazionale
Ad Amato, uno dei borghi più antichi dell’entroterra catanzarese, citato già da Plinio il Vecchio, l’acqua ha segnato per secoli il paesaggio e la vita della comunità. Dal paese, un antico sentiero scende verso la vallata seguendo il corso del torrente Fosso-Acquafredda, tra boschi, felci e piccole cascate. Lungo il percorso, tra la vegetazione, riemergono i ruderi di sei mulini costruiti in gran parte tra Sei e Settecento: l’acqua veniva incanalata fino alle macine e alimentava un’attività fondamentale per tutta la zona.
Tra questi, il Mulino Caligiuri – conosciuto anche come “Mulino dei Greci”, dal nome dato un tempo alle comunità albanesi arrivate nel territorio nel Quattrocento – rimase in funzione fino alla metà del Novecento. Ma non era soltanto un luogo di lavoro: con le cascate poco distanti, d’estate la zona diventava anche un punto d’incontro per gli abitanti.
Dopo anni di abbandono, la riscoperta della vallata è partita nel 2022 dall’iniziativa di Mattia Salvatore Servino, giovane cittadino di Amato, che attraverso un progetto di FAI Scuola riuscì a riportare l’attenzione sul percorso e a coinvolgere cittadini e istituzioni. Da quella prima iniziativa il recupero è proseguito e oggi un nuovo intervento renderà più sicuri i tratti più ripidi del sentiero con protezioni in legno, permettendo di continuare a percorrere e conoscere questo paesaggio d’acqua, boschi e antichi mulini.
10° Censimento, 2020 – 19.432, 4° posto nella classifica speciale "Italia sopra i 600 metri"
A Polizzi Generosa, borgo delle Madonie arroccato a oltre novecento metri, la Chiesa di Santa Maria Gesù Lo Piano attraversa da più di sette secoli la storia del paese. Fondata nel 1301 con il nome di Santa Maria del Soccorso, nel Cinquecento entrò anche nella vita civile di Polizzi: quando Carlo V istituì il Senato cittadino, la chiesa ne divenne la sede. Di quella funzione resta ancora una traccia curiosa: su un lato dell’edificio è visibile una mano scolpita nella pietra, che un tempo sosteneva lo stendardo con cui si annunciavano alla popolazione le riunioni.
Proprio nella prima metà del Cinquecento furono realizzate per la chiesa le quattro statue lignee che compongono il Gruppo scultoreo della “Visitazione”, raffiguranti Maria, Elisabetta, Giuseppe e Zaccaria. Non erano opere isolate: durante le processioni occupavano il centro di una grande macchina scenografica, incastonate in una struttura che richiamava le radici di un albero, con in alto la figura di Dio Padre e angeli musicanti. Di quell’imponente apparato sono giunte fino a noi le quattro figure, segnate dal tempo e da interventi che ne hanno modificato nel corso dei secoli la decorazione originaria.
Nel 2002, quando le condizioni della chiesa resero necessario metterle al sicuro, le statue furono trasferite nei laboratori di Palazzo Abatellis a Palermo, dove si trovano tuttora. Oggi il restauro del Gruppo scultoreo della “Visitazione” può finalmente affrontare il recupero delle sculture e accompagnarle verso una nuova sistemazione che richiami anche la loro originaria funzione processionale. Un ritorno atteso da oltre vent’anni e sostenuto da una mobilitazione che ha coinvolto tutto il territorio: dalle scuole, molte delle quali hanno adottato la chiesa come proprio “Luogo del Cuore”, fino a Domenico Dolce, la cui famiglia è originaria di Polizzi Generosa, e Stefano Gabbana, tra i principali sostenitori dell’iniziativa
12° Censimento, 2024 – 35.862, 5° posto nella classifica nazionale
Tra i boschi della Serra Quisquina, una grotta custodisce l’origine dell’Eremo di Santa Rosalia: è qui che, secondo la tradizione, nel 1150 trovò rifugio Rosalia Sinibaldi. La giovane nobildonna palermitana vi rimase per dodici anni, scegliendo la vita eremitica dopo aver rifiutato un matrimonio combinato; sulle pareti all’ingresso della grotta un’epigrafe ancora oggi ne testimonia il passaggio. Quando il luogo fu riscoperto nel 1624, attorno alla grotta iniziò a svilupparsi il complesso religioso, con una chiesa, un monastero disposto su più livelli e una comunità che arrivò a ospitare fino a un centinaio di frati.
Tutto intorno, i boschi della Serra Quisquina contribuiscono ancora oggi al carattere appartato del luogo. Il nome stesso "Quisquina" viene ricondotto all'arabo koschin, "luogo oscuro", memoria di una vegetazione un tempo tanto fitta da lasciare filtrare a fatica la luce. Da qui passa anche l'Itinerarium Rosaliae, il cammino di 180 chilometri che collega la Serra Quisquina al Santuario di Monte Pellegrino, a Palermo, che ripercorre i luoghi legati alla vita della santa.
Il nuovo intervento riguarda l’ingresso all’eremo, con il recupero del portone ligneo e del cortile. La copertura che proteggeva il portone, realizzata con una struttura in legno e tegole siciliane, era stata rimossa dopo un parziale crollo per evitare ulteriori rischi. Il progetto permetterà ora di recuperare quest’area di accesso al complesso, grazie anche a una rete di sostegno che ha coinvolto Santo Stefano Quisquina e diverse realtà del territorio dei Monti Sicani.
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