Un luogo intriso di storia millenaria si estende per quasi 22 ettari sul ciglio della Giara di Serri: è il Santuario di Santa Vittoria, sorto in età nuragica, quando l’area era utilizzata a scopi difensivi, come attesta la presenza di un nuraghe arcaico e di un nuraghe con più torri. In seguito, probabilmente tra la tarda età del Bronzo e la prima età del Ferro, la zona diventò un importante luogo di culto in cui confluivano le comunità di tutto il circondario.
Il cuore pulsante del Santuario nuragico di Santa Vittoria è rappresentato dal tempio a pozzo dedicato al culto delle acque, costruito con massicci blocchi di basalto e testimone della devozione delle popolazioni locali: i pellegrini partecipavano a cerimonie religiose e rendevano omaggio alle divinità offrendo doni di vario genere. Tra questi, oltre a collane in ambra e oggetti di metallo, sono particolarmente rilevanti i bronzetti che raffigurano esseri umani, animali e oggetti.
Tra i monumenti più significativi del sito spiccano il tempio ipetrale, il recinto delle feste e la zona delle abitazioni, con la più grande capanna nuragica delle riunioni rinvenuta in Sardegna: architetture in pietra che offrono uno spaccato affascinante del passato, della ricca storia e della complessa cultura che ha caratterizzato l’area nel corso del tempo.
L’antico legame con la spiritualità e la devozione ha permeato l’atmosfera del santuario nel corso dei secoli, come testimonia la presenza di sepolture bizantine e la nascita della prima chiesetta, dedicata a Santa Maria della Vittoria. L’11 settembre è ancora giorno sacro, con la comunità serrese che si riunisce in un corteo processionale per onorare il simulacro della Santa, rinnovando i legami tra il divino e il terreno e celebrando i tempi in cui l’agricoltura e l’allevamento dominavano la vita quotidiana.
Grazie agli sforzi pionieristici di Antonio Taramelli tra il 1907 e il 1929, il sito archeologico è stato portato alla luce, rivelando le vicende che hanno caratterizzato questo luogo nei secoli; gli studi e gli scavi successivi con il coinvolgimento di altri archeologi continuano a gettare nuova luce sulla storia di uno dei più importanti complessi cultuali della Sardegna nuragica.