Il Comune di Carlantino, sito in provincia di Foggia, è ubicato a Nord-Ovest del territorio della Capitanata a confine con il Molise.
Il borgo di CARLANTINO è collocato nelle aree interne del Subappennino Dauno settentrionale, sulla sponda destra della media valle del Fiume Fortore, esso ha un andamento fortemente ondulato, punteggiato da rilievi collinari.
L’origine del paese risale al VI secolo d.c., ed era una delle 6 Borgate - Casali del Comune di Celentia. Fu costruito nel 1582 da Carlo Gambacorta, Marchese di Celenza e divenne Comune autonomo nel 1809.
Il luogo della Nunziata, nel cuore del territorio del borgo, ove è stata eretta la Cappella dell’Annunziata, è stato il fulcro intorno al quale è nato il centro urbano di Carlantino.
Della sua edificazione non si hanno notizie certe, ma è documentato che nel 1521 il Marchese Carlo Gambacorta di Giovanni la rifece e l’ampliò. I lavori di ricostruzione ed ampliamento furono ultimati nel 1526.
All’interno della raccolta e suggestiva Cappella della Santissima Annunziata, si conserva il pregevole “Organo a canne della Cappella della SS. Annunziata”, scrigno sonoro di memoria, arte e devozione popolare. Lo strumento, di indubbio interesse storico-artistico e di raffinata fattura, rappresenta una preziosa testimonianza della tradizione organaria di scuola napoletana diffusa nell’area centro-meridionale tra XVIII e XIX secolo, e si colloca stilisticamente negli anni ’50–’70 del XIX secolo, con attribuzione probabile a maestranze locali.
Non firmato dall’autore, lo strumento reca tuttavia sulla tavola della catenacciatura le iniziali “G. M.” e la data 1877, segni che rimandano a una fase di intervento o revisione ottocentesca, non escludendo la presenza di elementi costitutivi più antichi sapientemente reimpiegati. La sua struttura richiama con evidenza altri importanti strumenti coevi del territorio, come l’organo della Chiesa dell’Addolorata di Foggia (G. Gallo, 1801) e quello della Chiesa di S. Cataldo a Cagnano Varano (anonimo, sec. XIX), restituendo l’immagine di una fitta rete di saperi artigianali e musicali che attraversavano il Sud Italia.
Dal punto di vista costruttivo, l’organo si presenta sostanzialmente integro e coerente nelle sue parti originarie. Le canne di facciata in stagno sono disposte in tre eleganti cuspidi (7-5-7), mentre le canne interne sono in piombo e quelle di basseria in castagno, a testimonianza di una sapiente varietà materica e timbrica. La trasmissione meccanica sospesa, ancora leggibile nella sua integrità, restituisce il rapporto diretto tra gesto e suono, tipico della grande tradizione organaria italiana. Di particolare interesse è la presenza del somiere maestro a tiro in noce con sette stecche, del somierino di basseria per le canne lignee, del crivello in legno e di un somierino supplementare che ospita due zampogne e un’uccelliera, suggestive voci “imitative” che arricchiscono il paesaggio sonoro dello strumento e ne rivelano l’antico spirito narrativo e popolare.
Lo stato di conservazione, infatti, evidenzia criticità diffuse: le canne metalliche presentano ammaccature, squarci e segni di antiche e improprie accordature; le superfici mostrano fenomeni di corrosione e le parti lignee risultano attaccate da tarli e polveri stratificate. Le guarnizioni in pelle dei somieri e dei mantici non garantiscono più la tenuta del vento, compromettendo la continuità del suono.
Eppure, nonostante le ferite del tempo, l’organo conserva intatta la sua voce potenziale e la sua forte carica identitaria. È un bene che non appartiene solo alla storia, ma alla memoria viva della comunità: un paesaggio sonoro sospeso tra arte, fede e artigianato, che merita di essere restituito alla sua pienezza originaria. Per questo, il suo recupero non rappresenta soltanto un intervento di restauro, ma un atto di cura verso un frammento prezioso di identità collettiva, degno di essere custodito e tramandato come testimonianza autentica.