Le lame pugliesi sono incisioni naturali, lunghe anche più di 40 chilometri, che attraversano il paesaggio carsico della Puglia centrale, connettendo l’altopiano delle Murge al Mar Adriatico. Ad uno sguardo distratto possono apparire semplici depressioni del terreno o luoghi marginali; rappresentano, invece, uno dei patrimoni ambientali e culturali più straordinari del Mezzogiorno. La conoscenza delle lame è la premessa per proteggere ecosistemi fragili e restituire identità, memoria e futuro a un territorio che rischia di dimenticare le proprie radici più profonde. Le lame (dal LAT lama: pantano, palude) nascono grazie all’azione lenta dell’acqua sulla roccia calcarea, tipica di questi territori. Durante le stagioni piovose diventano canali naturali di deflusso a regime torrentizio mentre nei mesi secchi si trasformano in corridoi verdi ricchi di vegetazione mediterranea con una biodiversità sorprendente; secondo studi scientifici, nelle lame vi è l’85% delle specie presenti nel territorio dell’area metropolitana barese. Tutto questo sfugge alla vista di chi attraversa la Puglia solo come turista balneare. Le lame custodiscono un paesaggio diverso da quello delle riviste patinate che pubblicizzano le mete turistiche della Puglia: più silenzioso, più autentico, più intimamente legato alla storia rurale della regione. Camminare in una lama significa incontrare luoghi già popolati anche da diverse specie di dinosauri, che hanno lasciato incancellabili ed eloquenti impronte. In un percorso nel tempo si incontrano antichi tratturi, masserie, frantoi, cripte rupestri, iazzi (recinti per le pecore; dal LAT iaceo: stare disteso, giacere) e tracce di insediamenti umani che raccontano il rapporto millenario tra uomo e natura. Molte comunità contadine si sono insediate proprio in prossimità delle lame e hanno lottato per la propria sopravvivenza grazie a questi luoghi, sfruttando l’umidità del terreno e la presenza stagionale dell’acqua. Le lame erano rifugio, via di comunicazione, spazio agricolo e spirituale insieme. Quasi tutte le lame oggi versano in condizioni di abbandono. Alcune sono soffocate dai rifiuti, tutte selvaggiamente aggredite da uno scriteriato sfruttamento agricolo e dalla cementificazione incontrollata: in numerosi casi l’espansione urbana – soprattutto del capoluogo pugliese - ha cancellato parti importanti di questi ecosistemi, interrompendo equilibri naturali delicatissimi. È un processo pericoloso non solo per l’ambiente, ma anche per la sicurezza dei territori: le lame svolgono infatti una funzione fondamentale di drenaggio naturale delle acque piovane e la loro alterazione aumenta il rischio idrogeologico. C’è tantissimo da fare in termini di recupero di manufatti di grande importanza storica, religiosa ed economica. E’, inoltre, auspicabile che le sedi naturali delle lame, laddove violate e deturpate dal cemento, possano – nel medio e lungo periodo – rivivere una loro rinaturalizzazione; per far questo è necessario adottare un approccio coraggioso e lungimirante da parte dei decisori. Valorizzare le lame pugliesi significa allora adottare una nuova idea di sviluppo del territorio e delle attività che vi si svolgono. Occorre investire in percorsi naturalistici, turismo lento, educazione ambientale e recupero del patrimonio rurale. Le lame devono diventare laboratori di sostenibilità, luoghi di ricerca scientifica nell’ambito di numerose discipline, itinerari culturali e spazi di incontro tra cittadini e territorio. E’ necessario anche una interpretazione del territorio che non sia appiattita sulla Puglia delle spiagge e dei centri storici, ma sappia narrare anche di questi paesaggi discreti, nascosti, profondamente identitari. Le lame non sono vuoti da riempire: sono archivi naturali della memoria pugliese, fatta di pietra, silenzio e vegetazione spontanea. Una bellezza che insegna il valore della lentezza, dell’equilibrio e del rispetto della natura, patrimonio vivo da custodire con responsabilità e visione.