Il Farfa per la Sabina non è solo il fiume che ne attraversa gran parte del territorio. È parte integrante e fondamentale della sua storia, fino da tempo dei romani e anche prima. Virgilio nell’Eneide lo chiama Fabaris, Ovidio nelle Metamorfosi gli dà nome Farfarus. Sulle sue rive, sotto il Monte Acuziano, venne fondata nel VI secolo l’abbazia che da esso ha preso il nome e che ha attraversato da protagonista molti secoli della storia del Medioevo, accumulando ricchezze e possedimenti, ed esercitando grande potere politico. Le sue acque ricche e pescose attraversano il territorio di molti comuni della Sabina e contribuiscono in maniera fondamentale (la sorgente in località Le Capore a Frasso Sabino porta oltre 4.000 litri al secondo nell’acquedotto del Peschiera) all’approvvigionamento idrico di Roma. A Salisano, esse alimentano, insieme appunto a quelle del Peschiera, la centrale elettrica dell’Acea aperta recentemente nelle Giornate di Primavera 2024 del Fai. Il suo scorrere ha scavato, nel corso dei millenni, quella meraviglia rappresentata dal Monumento naturale delle Gole del Farfa, sotto Mompeo e Castelnuovo di Farfa, oltre al perduto arco naturale in località Ponte Sfondato. Lungo le sue sponde si susseguivano mole e frantoi; di alcuni di essi restano ancora ruderi consistenti, a testimonianza di una fervida attività economica sulle sue rive. Oggi la parte finale del suo corso, da Granica in giù, fa parte della Riserva Naturale Regionale Tevere-Farfa, 800 ettari circa d’estensione, uno scrigno prezioso di biodiversità, la prima riserva naturale regionale d’Italia, istituita nel 1979. Se dici Farfa, insomma, dici storia, dici natura, dici Sabina.
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