07 ottobre 2026
Ho avuto paura quest’estate. Una paura nuova, intensa, profonda quasi ancestrale, una paura diversa da tutte le altre avute nella mia vita, angosciosa, spesso vicina al terrore.
Tutte le grandi paure vissute in questi 70 anni erano state causate da pericoli immediati anche “tosti” (figli piccoli che stanno per precipitare in un burrone in Irlanda, tempesta con oltre 30 nodi di notte al timone in mezzo al golfo del Leone senza strumenti – follie dei 20 anni – , temporale con saette in parete in alta montagna…) pericoli, in un certo senso, “misurabili” perché derivanti da un episodio improvviso e violento ma “addolciti” dalla speranza (per fortuna sempre ben riposta) di farcela.
Ma quest’estate la paura è stata diversa; veniva da lontano, ma non si sa da dove; si era vestita di un cielo terso e di un sole radioso che improvvisamente da portatori di gioia e benessere si erano fatti sventura; era una paura già un po’ assaggiata negli anni passati ma che quest’anno sembrava non dover più finire.
Ho vissuto un rapporto schizofrenico con tutti i possibili siti di previsioni del tempo e ogni qual volta (poche) sembrava che qualche goccia potesse portare sollievo a un giardino, a una campagna o a un bosco del FAI o del mondo che mi è caro, telefonavo a colleghi e conoscenti “ha piovuto?” “quattro gocce ma scappano… la terra è come cemento, non assorbe più, tutto inutile”.
Che dolore vedere la Natura crocefissa e inerme, che dolore non poter fare assolutamente nulla e sapere che nessuno, nell’immediato, può far nulla.
Pazienza per i prati, pazienza per i fiori, ma intere coste di montagne che si seccano, le olive ancor piccole che raggrinziscono, diventano nere e cadono, le querce che si liberano improvvisamente di grandi rami ancora verdi per risparmiare linfa (che intelligenza gli alberi!), le valli sotto al Bianco chiuse per il pericolo del crollo di tonnellate di ghiaccio, le cozze che muoiono per il mare a 30°, le sorgenti prosciugate, le notti senza sollievo, i più grandi fiumi europei in secca che dischiudono cadaveri dimenticati, l’orrido ronzio dei condizionatori che vanno senza sosta, quel sole implacabile, feroce… che paura.
Che paura che l’anno prossimo sia di nuovo così; che brutto aver paura dell’estate; intanto l’orchestrina suonava, i ristoranti e le spiagge erano pieni di donne e di uomini che sembravano sereni. E intanto, siccome c’è sempre più bisogno di energia per far funzionare i nostri condizionatori, si sente ancora parlare di centrali a carbone…
E allora? Bisogna aver paura!
Finché non avremo tutti, ma per davvero, una gran paura non correremo ai ripari, ammesso e non concesso che ne rimangano molti; e se anche i nostri “super eroi” tipo Trump, Putin e affini dichiarano di non averne, cominciamo a pensare a quelli più vicini a noi; ai nostri sindaci, ai nostri amministratori regionali e statali, diamo il nostro voto a quelli che ci diranno che saranno da subito obbligatorie le vasche per la raccolta delle acque piovane per TUTTE le nuove abitazioni, e a quelli che ne detasseranno la costruzione; ci costeranno dei soldi? Saranno ben spesi e rinunceremo a qualcos’altro; diamolo a quelli che metteranno fuori legge la temperatura sotto i 23/24 gradi anche negli uffici, negli alberghi, nei cinema, sui treni, diamo il nostro voto a quelli che rimetteranno alberi lungo le strade (ricordate quei platani immensi che facevano ombra alle vecchie provinciali, poi abbattuti perché pericolosi per chi andava troppo veloce?), a quelli che li metteranno nelle piazze e nelle vie cittadine e che toglieranno l’asfalto laddove non serve; le strade bianche non sono più simbolo di arretratezza, ma segno di civiltà!
Diamolo a chi darà multe da capogiro a quei negozi che tengono le porte aperte con l’aria condizionata a mille, ai dehors che “spruzzano rugiada” su tavolini che occupano la pubblica via, premiamo chi rimetterà quei bei tendoni a portici e terrazzi che una volta erano la norma; e poi bisognerà scendere un poco di più a patti con pannelli fotovoltaici e pale eoliche, seppur nelle zone dichiarate idonee, di misura ridotta e solo laddove c’è davvero vento; offshore meglio… Bisognerà che le amate Soprintendenze sacrifichino qualche tetto in più (la Reggia di Capodimonte insegna che è possibile).
Se non avremo davvero paura oggi, dovremo averne sempre di più in futuro. Noi del FAI faremo la nostra parte; non solo il Presidente ha paura; noi ce l’abbiamo tutti. Spero anche voi che ci sostenete.
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