30 giugno 2026
Un ritrovamento archeologico nel Complesso della Cattedrale di San Giusto a Susa (TO) – votato al censimento 2022 da quasi cinquemila persone – riapre interrogativi sulle origini cristiane della Val di Susa: un progetto che mette al centro comunità, memoria e accessibilità. In questa intervista, don Gianluca Popolla invita a una riflessione sul nostro rapporto con il passato e con il futuro e ci accompagna in un viaggio tra patrimonio, spiritualità e responsabilità culturale, per riscoprire il valore delle radici in una società che rischia di sentirsi «senza eredi».
La Valle di Susa, per la sua posizione strategica e per l’alleanza tra l’imperatore Augusto e il re locale Cozio, potrebbe aver conosciuto il cristianesimo ben prima dell’Alto Medioevo, svolgendo un ruolo attivo nella sua diffusione nei territori d’oltralpe. Le ricerche attuali, però, non consentono ancora di formulare ipotesi definitive: le testimonianze più solide restano quelle altomedievali, come la fondazione dell’Abbazia di Novalesa nel 726. Lo scavo avviato nel 2021 nella cattedrale, in occasione dei lavori di restauro del coro gotico, non ha ancora chiarito gli interrogativi sul primo millennio cristiano nella Valle, ma a partire dalle evidenze romaniche dell’XI secolo apre nuove prospettive di indagine per i secoli precedenti. Gli approfondimenti sono ancora in corso, e nei prossimi anni potrebbero emergere ulteriori novità.
Da mille anni il campanile della Cattedrale di San Giusto domina il centro di Susa, accanto alle mura e alla principale porta romana, ed è tra i più elevati e monumentali del Piemonte. Per sette secoli la cattedrale è stata un’importante abbazia benedettina, presidio sabaudo in un territorio conteso e punto di riferimento per i Savoia nell’attraversamento delle Alpi. Dal 2021, gli scavi archeologici hanno aggiunto nuovi elementi: la presenza di un accampamento romano, di un podio che potrebbe testimoniare l’esistenza di un tempio dedicato a Minerva e una serie di interrogativi legati al periodo tardoantico.
Dal 1027 a oggi, dati storici e archeologici si intrecciano e confermano il ruolo della cattedrale come punto di riferimento spirituale per la comunità locale.
“Cultura a Porte Aperte” si può descrivere con tre parole: comunità, memoria e accessibilità. Il progetto consente di aprire le chiese attraverso un’applicazione e di raccontarne la storia e le evidenze artistiche, affiancandosi alle comunità e ai gruppi di volontari che già le custodiscono, per rendere più visibile il loro lavoro. La seconda parola chiave è “memoria”: mantenere un legame con il proprio DNA culturale e spirituale, oggi possibile grazie alle tecnologie in modo accessibile e moderno. Molti utenti, anche giovani, hanno scaricato l’app e frequentano questi luoghi, spesso abbinando la visita a percorsi a piedi o in bicicletta alla scoperta delle comunità locali. Dopo le prime esperienze, sono state avviate sperimentazioni anche nel Lazio e in Lombardia, con l’auspicio che il progetto diventi una buona pratica italiana ed europea: al momento è unico nel suo genere in Europa.
Se dovessi descrivermi, userei due parole: curiosità e funambolo. La curiosità è il carburante del mio lavoro, qualcosa che non riesco a limitare. L’immagine del funambolo restituisce la tensione costante tra due dimensioni: quella spirituale e quella terrena; tra il chronos, il tempo che corre, e il kairos, la presenza dello spirituale dentro quel tempo. Una sfida che non sempre si riesce a vincere, ma che continua a essere la corda tesa della mia esperienza di vita e di uomo. A complicare le cose c’è anche la difficoltà di essere compreso: le persone cercano conferma e rassicurazione più che stimoli a interrogarsi, e chi non è facilmente etichettabile risulta talvolta scomodo. Mettere insieme il sacerdote e l’operatore culturale crea, lo ammetto, una miscela particolare.
Viviamo un momento epocale di cambio di civiltà, paragonabile a ciò che accadde alla fine dell’Impero Romano: qualcosa che spaventa, ma che chiama a una responsabilità precisa.
I musei diocesani, per la loro specifica connotazione, possono svolgere un ruolo simile a quello dei monasteri benedettini: traghettare il patrimonio culturale da un’epoca all’altra. Devono essere istituti di ricerca, ma anche iperluoghi, spazi in cui persone diverse, non necessariamente religiose, si incontrano e si confrontano con i contenuti di una cultura e di una tradizione spirituale. Non si tratta di chiedere a tutti di accogliere quella tradizione, ma di conoscerla, per orientarsi meglio nell’oggi e costruire il futuro. Laboratori di inclusione, presidi di una nuova civiltà.
Mi ha colpito un saggio di Marcello Veneziani, La società senza eredi: l’autore sostiene, e io concordo, che la società occidentale di oggi non contesti più i padri e il passato, ma li abbia semplicemente dimenticati, arrivando a credere di essersi auto-generata.
La sfida degli operatori culturali è far comprendere che siamo un tassello di un percorso umano che ci precede e ci seguirà.
Questa società senza eredi non ha neppure la preoccupazione di lasciare traccia di sé: lo vedo anche nell’architettura, dove conta più ciò che è utilizzabile e consumabile nell’immediato rispetto a ciò che è destinato a durare.
Il patrimonio culturale dovrebbe essere invece un pungolo, una spina nella carne dell’oggi, per ricordare che stare nel mondo implica una responsabilità verso chi verrà dopo.
La grande frustrazione dei giovani deriva proprio dal sentirsi orfani, privi di punti di riferimento. Dovremmo offrire loro strumenti, non perché ci imitino, ma perché possano costruire consapevolmente un futuro diverso, a partire dalle proprie radici.
Istintivamente penso alla Cattedrale di Susa e alla sua cripta. È il luogo su cui, in questo momento, ho investito molto anche dal punto di vista personale ed emotivo. Un ritrovamento che mi ha restituito tanto e che continua ad aprire nuove prospettive di ricerca e di conoscenza.
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