Gestori ideali dei beni pubblici

Gestori ideali dei beni pubblici

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Gestori ideali dei beni pubblici
Giulia Maria Mozzoni Crespi

10 settembre 2008

Il noto economista americano Peter Barnes nel suo libro, “Capitalismo 3.0 – Il pianeta patrimonio di tutti”, edito da Egea, tradotto in italiano e presentato dal professor Mario Monti lo scorso autunno, indica le Fondazioni no profit quali ideali gestori dei beni naturalistici e artistici. Non solo, ma per l'Italia, quale esempio, nomina il Fondo per l'Ambiente Italiano.
Effettivamente il FAI, oltre alle sue 35 proprietà ricevute in comodato o donazione, tuttora gestisce tre beni pubblici: il Giardino della Kolymbetra ad Agrigento, in concessione gratuita dalla Regione Siciliana, per il cui restauro ha raccolto e speso 358.257 euro; Parco Villa Gregoriana a Tivoli, data in concessione dallo Stato per 15.480 euro all'anno, e per il cui restauro si sono raccolti e spesi 3.287.740 euro; la costa rocciosa della Batteria Talmone in Sardegna, i cui costi ammontano sino ad ora a 461.922 euro (ma i lavori non sono ancora terminati).
E' opinione comune che questi beni, assieme alle nostre proprietà, siano correttamente gestiti e restaurati con grande attenzione alle spese.

Si potrebbe allora ipotizzare che la proposta della quale sempre più si sente parlare di affidare ai Privati la gestione di beni pubblici sia corretta e in linea con quanto Barnes scrive. Ma ci si domanda: a quale genere di privato si potrebbe affidare uno dei mille tesori italiani? Calcoliamo i costi: prima di tutto il restauro, poi le spese di gestione perché il bene non può e non deve risultare una “mummia restaurata” ma deve rinascere a nuova vita, vivificato con onde di fresca energia.

Nell'insieme non sono cifre indifferenti.

Ma anche non è indifferente, anzi direi è importantissimo, come viene effettuato il restauro e quale tipo di nuova vita vi si vuole infondere. Le tentazioni per il Privato possono risultare molto attraenti ma i limiti entro i quali deve tenersi, per praticare la maniera meno invasiva del restauro e la delicatezza nella gestione del bene, vanno tenuti presenti. Bisogna essere infatti umili e lavorare in modo che la mano restaurante non venga percepita dal pubblico. E poi quali attività, apportatrici di nuova vita, scegliere per il bene? Queste non debbono recare stonature ma essere accattivanti, vive, con uno sguardo aperto all'Immaginazione, all'Armonia, alla Cultura e possibilmente con progetti di coinvolgimento per la circostante società civile. Ma da tutto questo quali guadagni possono risultare? Raramente vi possono essere e, se ci sono, non possono che risultare modesti, perché non si può né si deve speculare su un bene dello Stato, che è di tutti: è italiano.

Italiano”, quella parola che ha attraversato i secoli oscuri e quelli gloriosi, perché anche se la nazione Italia non c'era, esisteva la magica parola che si riferiva a quello stivale che in mezzo al Mediterraneo “gioca” con una grande isola… Su questo nostro stivale la natura si è prodigata in doni copiosi: laghi, coste, pianure, montagne, vulcani e ghiacciai in mezzo a cui sono spuntate le più straordinarie e diversificate conformazioni naturalistiche da sempre identificate con l'appellativo di “italiane”. E, tra quelle, un numero immenso di opere artistiche non ancora, ahimè, documentate con precisione in un catalogo attendibile e completo. Ahimè, ahimè!…

Ora siamo giunti a una crisi economica, da tempo preannunciata, da pochi consapevolmente affrontata. Però le necessità finanziarie si evidenziano ovunque e ovunque vengono proposti tagli di spesa, con conseguenti grida di aiuto provenienti dai tanti settori amputati.

E i Beni Culturali? Il Territorio? Il Paesaggio? Anche a questi vengono diminuiti i contributi, per cui da più parti si ipotizza un affidamento ai privati, come pure se lo augura forse il ministro Bondi, il cui Ministero soffre di mancanza di mezzi. Addirittura la Regione Siciliana propone di affidare la zona dei Templi di Agrigento, il sito archeologico più grande del mondo, a un privato. E propone che il privato, nuovo gestore, debba pagare un affitto alla Regione e impegnarsi a rilanciare la zona, costruire alberghi, magari favorire la strada che da Palermo va a Siracusa ed eventualmente far costruire un eliporto. Così, il rombo degli elicotteri riuscirebbe a cancellare il rumore ininterrotto delle auto percorrenti quella maledetta strada che taglia in due la Valle dei Templi... ?

Ma a parte i suggerimenti indicati dalla Regione Siciliana come contorno a questo magico sito, ci si domanda: come potrebbe un privato guadagnare prendendo in gestione un simile gioiello? Con i biglietti? No, il costo deve rimanere basso perché un bene pubblico deve risultare accessibile a tutti. Limitando la manodopera della guardiania, della biglietteria, dei giardinieri? E' già troppo scarsa! Allora bisogna inventare: sfruttare il luogo? Forse. Ma quale autorità potrebbe giudicare le iniziative più corrette per arrotondare il bilancio e dare un guadagno all'imprenditore privato, che oltre a tutto deve pagare un affitto alla Regione? Ne esiste soltanto una, che è l'Autorità della Soprintendenza, a cui spetta il controllo dei restauri e il giudizio sulle proposte di nuove iniziative. Questo perché soltanto i Soprintendenti possono avere il personale adatto, quali architetti, geometri, ecc. con cultura ed esperienza per poter giudicare. Ma soprattutto le Soprintendenze non dovrebbero essere legate ad alcun partito o ad alcun settore imprenditoriale. Devono essere libere!!...

Però, se davvero intendiamo avvalerci di questo settore che venne fondato nel 1939 dal ministro Bottai e che ci fu molto invidiato da sempre dalle nazioni straniere, le Soprintendenze dovrebbero essere fornite di mezzi e strumenti adeguati, mentre attualmente mancano di personale e mezzi per poter svolgere la loro mansione con efficienza e cognizione di causa.

Se questo meccanismo venisse potenziato e se vi fosse la ferma volontà da parte degli organismi governativi di attenersi alle regole del Codice Urbani – Rutelli, recentemente approvato, allora veramente parte dei beni di arte e di natura potrebbero essere affidati a privati purché rispettino certe condizioni. Ma quali privati sono disposti a sottostare a queste regole e prendere un bene pubblico in affidamento, mantenendo come obiettivo un tornaconto economico?

Questa è la ragione per cui le “Fondazioni senza scopo di lucro” potrebbero invece essere le più adeguate partecipanti a un simile disegno e, tra queste, il FAI, che già dimostra di esserne all'altezza, assieme ad altre fondazioni a questo scopo create, dando così ragione alla teoria di Peter Barnes. Ovviamente alcuni grandi straordinari beni non possono rientrare in questa categoria d'affitto: Pompei, i siti archeologici siciliani, il Colosseo, le Regge, ecc. non possono che essere gestite dalla Stato; sono troppo impegnativi, tropo complessi e soprattutto troppo un “simbolo italiano”, per l'opinione pubblica mondiale… La madre non svende i propri figli! Ma può affidare quelli più maturi ed emancipati a mani oneste, che diano garanzie di alta etica e moralità.

Ci vuole però questo severo controllo dall'alto, e una reale intenzione di operare per il bene della comunità e non per favorire un tornaconto personale. Altrimenti non ne può derivare altro che lo sfascio...

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