09 marzo 2026
Ricoprire il ruolo di Direttore di Rai Cultura nel Servizio Pubblico significa assumersi una responsabilità ampia e complessa, proporzionata all’articolazione stessa della Direzione. Rai Cultura non è soltanto un insieme di programmi, ma un sistema editoriale che attraversa le reti generaliste – Rai 1, Rai 2 e Rai 3 – e si estende ai canali tematici, con linguaggi, pubblici e missioni differenti. Tenere insieme questa pluralità, armonizzando identità diverse in una visione coerente, è una delle sfide più impegnative e stimolanti del mio incarico.
La nostra Direzione rappresenta un presidio costante della divulgazione culturale e scientifica nel panorama televisivo italiano. In un contesto mediale sempre più frammentato, il Servizio Pubblico ha il dovere di offrire contenuti affidabili, di qualità, capaci di raggiungere un pubblico ampio e trasversale.
Cultura, nel nostro lavoro quotidiano, non significa solo approfondimento specialistico, ma capacità di rendere accessibili temi complessi, di costruire narrazioni coinvolgenti senza rinunciare al rigore.
Dopo un anno, il bilancio è positivo. Abbiamo lavorato per garantire continuità ai programmi di punta che costituiscono l’ossatura della nostra offerta valorizzandone la forza e la riconoscibilità. Allo stesso tempo abbiamo introdotto nuove proposte che cercano di approfondire il discorso sulla divulgazione culturale in forme originali, con una particolare attenzione alla qualità estetica del prodotto e alla sua capacità di coinvolgere con intelligenza, ma anche con leggerezza, il pubblico televisivo. Continuità e innovazione, rigore e accessibilità: è su questo equilibrio che abbiamo costruito il nostro primo anno di lavoro.
La mia formazione nel cinema e nel documentario ha inciso profondamente sul mio modo di concepire il racconto culturale.
L’esperienza cinematografica mi ha insegnato che ogni luogo è, prima di tutto, una storia: una trama di vicende umane, di conflitti, di trasformazioni, di memorie che possono e devono essere restituite attraverso un linguaggio capace di emozionare e coinvolgere.
Fare cultura in televisione, a mio avviso, non può prescindere dalla necessità di raggiungere il pubblico più ampio possibile. È sopravvissuta a lungo l’idea che il successo di pubblico sia una sorta di “peccato”, come se l’attenzione agli ascolti implicasse necessariamente un abbassamento qualitativo. È un ragionamento che considero fallace: quando la cultura si chiude in una dimensione elitaria, rischia di trasformarsi in una nicchia autoreferenziale e di perdere la propria funzione civile.
Se posso individuare un tratto che ha orientato il mio lavoro in questo anno, è stato proprio il tentativo di coniugare la serietà dell’offerta culturale con la leggerezza dell’intrattenimento, senza banalizzare i contenuti ma evitando di allontanare il pubblico dei non specialisti. La qualità estetica, la cura della messa in scena, il ritmo narrativo, l’uso consapevole delle immagini e della musica non sono elementi accessori: sono strumenti fondamentali per trasformare un luogo in un’esperienza, e per far sì che il patrimonio culturale non venga percepito come qualcosa di distante, ma come una parte viva della nostra identità.
Cultura ed educazione sono strumenti decisivi per rafforzare il senso civico e l’identità collettiva del nostro Paese. Il Servizio Pubblico radiotelevisivo e il FAI condividono la convinzione che la conoscenza sia il primo passo verso la responsabilità. Un’informazione seria, documentata e attendibile sulla nostra storia, sul nostro patrimonio artistico e paesaggistico, è condizione indispensabile per costruire cittadini consapevoli.
Ma la conoscenza, da sola, non basta. Accanto al dato storico e alla spiegazione scientifica, è fondamentale la dimensione emotiva. La bellezza dei luoghi, la stratificazione della nostra storia, la ricchezza delle tradizioni suscitano emozioni profonde: senso di appartenenza, orgoglio, ma anche responsabilità verso ciò che abbiamo ereditato. È attraverso questa esperienza emotiva che la cultura arriva al cuore delle persone e diventa parte della loro identità.
Credo che la Rai e il FAI, soprattutto nella loro alleanza, abbiano la possibilità e la responsabilità di connettere le persone alla bellezza che le circonda e alla quale appartengono. Valorizzare il patrimonio significa non solo raccontarlo, ma renderlo vivo nella coscienza collettiva.
Ricordo la presenza, nel cuore del piccolo centro storico della mia città natale, dell’ex Cinema Trieste (poi Jolly). Una sala cinematografica chiusa ormai da molti anni, emblematica del destino di molti luoghi di questo genere. In particolare, quel cinema era sede del Circolo dei Cinefili imolesi che organizzavano le proiezioni d’essai – cui seguiva dibattito – che hanno caratterizzato la formazione culturale di diverse generazioni di giovani cresciuti nella seconda metà del secolo scorso.
Ora quel luogo è chiuso e abbandonato da tempo, sarebbe interessante tentare di riaprirlo, anche per sollecitare una riflessione e un dibattito presso la società civile e gli amministratori su come rivitalizzare quest’area, altrimenti condannata all’inevitabile degrado.
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