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1943-1945: una storia di guerra e accoglienza al Castello della Manta

1943-1945: una storia di guerra e accoglienza al Castello della Manta

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1943-1945: una storia di guerra e accoglienza al Castello della Manta
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14 aprile 2022

Durante la Seconda guerra mondiale il Castello della Manta (CN) ospitò gruppi di famiglie e di suore e offrì rifugio anche ai partigiani: un esempio di accoglienza e solidarietà raccontato attraverso i ricordi di una bambina di otto anni.

Il Castello della Manta, situato sulle colline vicino a Saluzzo a una sessantina di chilometri da Torino, durante la Seconda guerra mondiale accolse persone in fuga, disertori, famiglie sfollate, gruppi di suore e, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, offrì alla componente “in armi” della Resistenza - come molti altri luoghi del Piemonte e del Nord Italia - quell’indispensabile supporto logistico, di aiuto e protezione, e di informazioni, senza il quale il movimento partigiano non avrebbe potuto radicarsi sul territorio e superare le fasi di difficoltà militare.

A raccontarci uno scorcio di questa storia di guerra e solidarietà nella fortezza medievale donata al FAI da Elisabetta De Rege Provana nel 1985, è la cugina del politico e ambientalista Carlo Ripa di Meana: la Contessa Maria Gabriella Ripa di Meana, che all’epoca era una bambina di otto anni e arrivò a Manta dopo un lunghissimo viaggio insieme alla sua famiglia in una notte intorno ai caotici giorni che seguirono l’armistizio.

I Ripa di Meana, conoscevano Elisabetta Provana del Sabbione e suo marito Francesco De Rege della Manta; entrambe le famiglie si erano trasferite nell’Africa Orientale Italiana e lì avevano consolidato l’amicizia.

«Nel luglio 1943 - ci racconta la Contessa - la Croce Rossa, con il governo italiano, aveva deciso di recuperare tutti gli italiani presenti in Africa Orientale Italiana. Avevano messo a disposizione quattro navi per trasportare i prigionieri. […] Mio padre, pur prigioniero degli inglesi, era lasciato libero sulla parola, perché alto ufficiale del duca di Aosta. Nella prima decade di luglio partimmo da Massaua sulla nave “Giulio Cesare”, […] sbarcammo a Taranto a fine agosto 1943 dove salimmo sull’ultimo convoglio in partenza per il nord. Percorremmo l’Italia sotto i bombardamenti in treno per 6 giorni e 6 notti. Arrivati al nord, mia madre sperava di trovare sua madre a Tortona».

Elisabetta Provana aveva consegnato alla famiglia Ripa di Meana una busta con i riferimenti per raggiungere il Castello della Manta e il modo per contattare sua madre, la contessa Maud Provana: «Nella busta c’erano anche 4-5 fotografie del neonato figlio di Elisabetta perché, una volta arrivati alla Manta, le potessimo mostrare alla nonna che evidentemente non lo conosceva ancora. Questa busta fece il viaggio nascosta nel port-enfant di mio fratello, nella speranza che nessuno pensasse di controllarlo. Arrivammo a Tortona pochi giorni prima dell’armistizio. Non potemmo fermarci. Vivemmo due settimane nelle campagne, dormendo accampati», prima di arrivare finalmente al Castello della Manta.

La Contessa Maud Provana aveva destinato per i sei componenti della famiglia amica della figlia gli ambienti che oggi sono chiamati le “Stanze Rosse”: «Avevamo un bagno e c’era una scaletta che mi ha sempre incuriosito che però era proibito percorrere. Sopra all’appartamento c’erano dei vasconi che credo fossero delle riserve d’acqua. Erano però vuoti. Tutte le finestre erano dipinte di nero per l’oscuramento. Si mangiava alla luce di un lumino. Andavamo a scuola a Manta e giocavamo in uno spazio dove c’erano delle serre di rose. […] Quando c’era un grande pericolo, ci spostavamo dal castello e andavamo dai Galet, famiglia di contadini, che ci ospitavano per alcuni giorni. Mangiavamo polenta. In questi casi, arrivavano anche i cugini da Saluzzo, facendo la strada a piedi e camminando lungo la ferrovia».

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I Ripa di Meana non erano gli unici ospiti, anzi, il Castello aveva accolto anche sessanta suore di clausura del Suffragio del Cottolengo. A loro la contessa Maud Provana aveva destinato parte del sottotetto e il Salone Baronale che custodisce una delle più stupefacenti testimonianze della pittura tardogotica profana, ispirata ai temi dei romanzi cavallereschi:

«Le suore avevano coperto i muri di lenzuoli bianchi, tutti inchiodati al muro per coprire gli affreschi e le nudità dei corpi dei ringiovaniti della Fontana della giovinezza. Lavoravano a maglia: facevano i calzettoni, quelli che pungono, per i partigiani. Lavoravano in continuazione, producendone tantissimi».
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Anche le prime bande di partigiani appena formate avevano trovato rifugio nei meandri del Castello della Manta e la contessa Bona Gay di Quarti, cognata di Maud Provana gestiva il tutto con molta attenzione perché il pericolo era sempre alle porte. I partigiani alloggiavano nel sottotetto e in caso di incursione delle truppe tedesche si riversavano nei grandi vasconi menzionati da Maria Gabriella; a turno si dava loro da mangiare e andavano in bagno:

«In uno di questi vasconi c’erano forse nascosti alcuni tedeschi disertori. […] Ma partigiani e tedeschi non si incontrarono mai».

Una mattina il nemico giunse improvvisamente al Castello fino ad arrivare nelle stanze occupate dalla famiglia Ripa di Maena, con grande sgomento dei bambini che, sorpresi in bagno, urlavano spaventati. I tedeschi poi scesero nel cucinone e rovistarono dappertutto ma non salirono fino al sottotetto.

Qualora avessero deciso di salire, la contessa Bona Gay di Quarti «aveva organizzato un diversivo: in caso di emergenza, tutte le suore avrebbero dovuto uscire dalle stanze in cui erano ospitate, andare incontro ai tedeschi per rallentarli, mettendosi in preghiera lungo le scale interne del castello in modo da impedirne il passaggio».

I ricordi della Contessa Maria Gabriella Ripa di Meana sono lucidi nonostante nel 1943 avesse solo otto anni; la sua testimonianza è preziosa perché ci illustra uno spaccato di vita e organizzazione nel Castello in un momento drammatico e cruciale della nostra Storia, uno spaccato che dimostra come il Bene FAI sia stato un luogo di accoglienza, ospitalità e solidarietà per tutti, nessuno escluso. Questa storia ci ricorda la resistenza dell’Italia e i tempi bui che abbiamo vissuto, tempi che non avremmo più voluto conoscere, ma che si stanno ripresentando lasciando un’ombra inquietante sulla nostra Europa unita.

I monumenti, il paesaggio, le opere d’arte raccontano chi siamo a chi non ci conosce e alle generazioni presenti e future: il patrimonio culturale è come il patrimonio genetico di un popolo, che conserva a perenne memoria un codice di esperienze e valori condivisi su cui si fonda la nostra umanità.

La testimonianza della Contessa Maria Gabriella Ripa di Meana è frutto di più incontri e conversazioni telefoniche con Silvia Cavallero, Area Manager FAI Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta.

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