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PESCHIERA DI DORBIE' O SAN MAURIZIO

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CASTELLETTO SOPRA TICINO, NOVARA

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PESCHIERA DI DORBIE' O SAN MAURIZIO
A Castelletto esiste un luogo unico, che racconta silenziosamente le storie del Ticino: l'ultima peschiera o peschiera di San Maurizio, le cui tracce, per chi sa leggerle, emergono dalle lente e luccicanti acque del fiume e ancora ci parlano di mestieri antichi e di un mondo ormai scomparso. La peschiera nel 2005 (anno in cui è stata pubblicata la sua storia) si trovava a circa 150 metri dalla diga della Miorina. Le sue ali, ben delineate, le così dette “panà”, non avevano più la stessa lunghezza del passato, la più lunga, verso la sponda piemontese, misura circa 90 metri, l’altra qualche metro in meno. La diversità era stata indotta, come ricordava Angelo Guenzi, dalle ondate di piena, quando iniziarono a “sgarbelare” i “piantun”. Dopo aver cercato più volte di ripristinarla si rinunciò a riportarla all’originale simmetria. Il manufatto dalla classica forma a “V”, aperta in direzione del lago, era adatto ad incanalare la maggiore quantità possibile di acqua ma soprattutto di anguille ed era stata costruita sulle rapide della Miorina per catturare una quantità maggiore di pescato. Le “panà”, la parte portante della struttura, le due ali a “V”, erano costruite con i rami delle fascine di castagno, stagionati per almeno due anni. In caso di necessità venivano utilizzati anche la “sciòla” (il nocciolo) e raramente il salice. Accomunava questi tipi diversi di legno la flessibilità e la resistenza, che consentivano d’intrecciarli sui “pasùn” (pali) equidistanti tra loro più o meno un metro, solidamente infissi nel greto del fiume. Gli argini della peschiera si congiungevano nella parte terminale sollevandosi rispetto al letto del fiume, fin sopra il livello di piena, delineando la caratteristica “punta all’insù” che contraddistingueva le peschiere per anguille. Nel punto dove iniziava la strettoia terminale era infossato nell’alveo il “tràv” (uno scalino di beole) che unitamente alla “pavimentazione” interna della peschiera di ciottoli accelerava lo scorrere dell’acqua favorendo il trascinamento e la cattura del pesce in genere, e delle anguille in particolare. Ai lati poi della bocca più stretta, verso valle, veniva fissata sul fondo tramite dei paletti una rete munita di un telaio che guidava l’anguilla e l’occasionale pesce nel baltravello, un “vartèl” a semplice sacco che agevolava l’ultima fase della pesca. Il baltravello veniva tenuto immerso solo per poche decine di centimetri, altrimenti, così si diceva, al “néga” (“annega”); pertanto doveva essere sollevato, man mano il livello di piena aumentava, lungo la punta terminale sopra al livello dell’acqua. La peschiera di s. Maurizio rispecchiava la tipologia delle altre peschiere esclusive per la pesca delle anguille. Questi manufatti venivano denominati le “pischère de sùta”, ed avevano il loro areale dal regolatore delle acque del lago Maggiore, la Miorina, fino ai confini del territorio castellettese.

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