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IL CHIOSTRO MAGGIORE DELLA BIBLIOTECA CLASSENSE

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C’è una piccola rosa che si dondola Sul pozzo antico, in mezzo al gran cortile Una fiammella di carminio intenso (Diego Valeri) Il chiostro è sempre spazio identitario del monastero. Dei quattro chiostri che si ritrovano ancora oggi nella Biblioteca Classense, splendida realtà bibliotecaria ravennate di fama internazionale, frutto dell’erudizione libraria camaldolese e dimensionata nell’edificio che fu Monastero Camaldolese di Classe in città (sec. XVI-XVIII), il chiostro ‘grande’ risalta per dimensioni e fascino. Silenzioso e verdeggiante, conserva appieno la dimensione “claustrale” di luogo di riflessione se non più di preghiera. Scriveva Manara Valgimigli, grecista, che fu direttore della Biblioteca Classense: “Chi scende la scala maggiore si vede davanti il chiostro maggiore; e nel mezzo del chiostro, il bianco pozzo, con anche di pietra bianca l’arcata che regge la carrucola, la doppia catena, i due secchi, e ci aspetteremmo di vedere ancora, chino sul parapetto, il bianco frate in atto di tirar su con la catena stridula il secchio grondante d’acqua”. Tutt’intorno alberi e arbusti: non più il grande ginnocladio canadense, ma il tasso, il ginko biloba che copre di un giallo luminoso il terreno in autunno, il raro bergamotto. Ultimo dei chiostri dell’abbazia camaldolese in senso temporale, il claustro della cisterna, come era allora chiamato, fu realizzato fra il 1612 e il 1625 su disegno dell’architetto del Granduca di Toscana Giulio Morelli. I quattro lati del chiostro sono scanditi da 32 colonne in pietra d’Istria, molte delle quali recanti il monogramma Classense. Al lato nord del chiostro il muro della sala Dantesca, liberato dagli intonaci, ha rivelato i segni preziosi di un antico lapidario. Al centro il pozzale in sasso d’Istria, di eleganza tardo barocca, eseguito negli anni 1738-40 sulla primitiva cisterna dall’artista ravennate Domenico Barbiani (1714-1777), su disegno del celebre architetto, scenografo e vedutista Gian Paolo Pannini (1691-1765), attivo a Roma, che ne realizzò un modellino di riferimento. Il pozzale, voluto durante il governo dell’abate Ferdinando Romualdo Guiccioli, è forse uno dei momenti più alti della committenza artistica camaldolese ravennate, con ogni probabilità ispirata dall’ influenza del cardinale Giulio Alberoni che ammirava il Pannini. A lui fu affidato anche il disegno per il tabernacolo della Chiesa di San Romualdo, splendido apparato liturgico realizzato da Bartolomeo Borroni, ora esposto al Museo Nazionale di Ravenna. Il bel pozzale sorge su tre gradini; ha un parapetto curvo, ai lati due coppie di colonne ornate da foglie. In alto arco e piccola cupola sovrastanti; notevoli gli elementi bronzei: angioletti, stelle, la carrucola. I bei secchi in bronzo portano il monogramma di Classe e lo stemma camaldolese, due colombe che bevono a un unico calice, simboleggianti la comunione fra la vita eremitica e la vita cenobitica. Domenico Toschini lavorò i marmi e il fonditore Giulio Scaramelli i bronzi. Il chiostro, il pozzale, i bronzi sono oggi in condizioni di degrado e meritano di rientrare nel grande restauro che ha conservato negli anni bellezza e funzionalità a tanti spazi della Classense. Necessitano di interventi per i danni agli intonaci delle murature, corrosi dall’umidità, ai gradini e alle superfici del pozzale, circondato dal verde dilagante di alberi e arbusti, esposto a tante piogge, che han fatto sì attacchi fungini scuriscano ed erodano inesorabilmente il bianco originario.

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